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“Partita a tre”, l’economia italiana stretta fra l’Europa, il gigante americano e la Cina

Il professor Paolo Guerrieri ospite della Luc spiega le ragioni della crisi dopo la bolla finanziaria, la pandemia e ora la guerra 

REGGIO EMILIA. Da un pezzo ormai l’Italia sta attraversando una fase di difficoltà economica, della quale non si intravede la fine. I soldi dell’Europa dopo la pandemia ci avevano illusi, e subito è arrivata la guerra a ficcarci in un’economia bellica. Una chiave di lettura di quelli che sono gli scenari economici mondiali è fornita dal professor Paolo Guerrieri, che domani sarà ospite della Luc-Libera università del Crostolo per presentare il suo libro “Partita a tre”.

Professore, per anni siamo stati subissati da interventi, saggi, interviste che ci hanno raccontato che la globalizzazione era il nostro destino, che ci avrebbe portato verso una rinnovata stagione di benessere. Poi le cose non sono andate esattamente così. Cosa è andato storto?


«Per tutta una prima fase della globalizzazione, dai primi anni Novanta alla grande crisi finanziaria del 2008-2009, si è guardato in Europa e negli Stati Uniti solo ai suoi benefici trascurando gli elevati costi delle grandi trasformazioni dell’industria e dei mercati del lavoro in occidente che ne stavano conseguendo. Le risposte di politica economica sono state del tutto inadeguate. Si è intervenuti tardi e male, o addirittura per niente. La globalizzazione dell’economia è stata così molto più rapida di quella delle politiche, che sono rimaste confinate a livello nazionale».

Mentre chi vive in zone del mondo con economia ancora in fase di sviluppo ha beneficiato della delocalizzazione della produttività dall’Europa o dagli Stati Uniti, noi in Italia assistiamo alla precarizzazione totale del lavoro, con enormi fasce giovanili che non trovano impiego se non in mansioni umilianti e dalla remuneratività offensiva. Quale può essere una via d’uscita?

«L’Italia rappresenta un caso unico nel panorama dei paesi più avanzati. Negli ultimi due decenni ha subìto sia un ristagno della crescita e della produttività sia una sorta di “stress” sociale dovuto al drastico peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Sono cresciuti da noi sia lavoratori poveri che lavori poveri, due condizioni di disagio non sempre coincidenti. Che hanno colpito soprattutto giovani e donne. Per uscirne, al di là dell’elenco delle molte cose da fare, non c’è che rilanciare la crescita all’insegna allo stesso tempo di più efficienza – sfruttando il triangolo virtuoso che lega istruzione, ricerca e innovazione pressoché del tutto trascurato in passato – e più equità – con investimenti sociali atti a rigenerare il sistema di welfare. Ma siamo purtroppo oggi ben lontani da tutto questo».

La pandemia ha rappresentato una battuta d’arresto della globalizzazione, con gli Stati (compresi quella della Ue) in ordine sparso quanto a politiche vaccinali. Lei pensa che l’uscita dall’emergenza sanitaria possa far vivere una nuova stagione di collaborazione economica? Le istituzioni europee potranno essere viste in un ruolo propositivo anziché in quello freddamente burocratico di impositrici di vincoli?

«Per contrastare la pandemia serviva una risposta coordinata a livello multilaterale visto il carattere globale dei problemi da affrontare. Ma non c’è stata a causa della frammentazione e dell’assenza di leadership nel sistema internazionale. La disordinata corsa ad accaparrarsi i vaccini ha prodotto costi pesantissimi, soprattutto per i paesi poveri e meno sviluppati. E non credo proprio che con la drammatica guerra in Ucraina la situazione internazionale possa migliorare. A questo riguardo, l’Unione europea si è comportata meglio, concertando a livello europeo sia la fase di acquisto che della distribuzione dei vaccini. E poi varando l’innovativo programma di investimenti e riforme NGEU. Non per caso è aumentato un po’ dappertutto e anche in Italia il consenso dei cittadini nei confronti delle Istituzioni europee».

L’irruzione della Cina nell’economia mondiale sembra avere trovato tutti sorpresi, eppure i segnali c’erano. Ragionando in termini banali, il semplice uomo della strada non può non aver notato che in alcune città (e Reggio è un esempio lampante) interi quartieri sono stati colonizzati dai cinesi, a cominciare dalle attività economiche, senza che la politica ritenesse di farsi qualche domanda. L’ascesa della Cina nell’economia mondiale in sostanza ha seguito, su scenari immensamente più grandi, la stessa rotta. Ma dobbiamo difenderci o possiamo trarne profitto?

«Possiamo fare entrambe le cose. Oggi la Cina è il partner commerciale più importante dell’Europa – gli scambi commerciali sono più che raddoppiati nell’ultimo decennio – ma è anche un rivale minaccioso per la sicurezza dei paesi europei. L’ambigua e opportunistica posizione della Cina a sostegno della guerra di Putin in Ucraina ha accresciuto queste minacce. In prospettiva, l’Europa dovrà adottare in tema di sicurezza una politica di deterrenza in alleanza con gli Stati Uniti e nelle relazioni economiche e commerciali delle politiche all’insegna di una rigida reciprocità nelle regole e concessioni, come non si è fatto in passato. Non sarà facile ma varrà la pena tentare».

La Cina si è fatta largo con interventi apparentemente “generosi” verso i paesi del terzo mondo, a cominciare dall’Africa. Cosa dobbiamo attenderci nel medio periodo? La Cina ha occupato spazi che altri non hanno saputo sfruttare?

«Credo proprio di sì. Dopo oltre venti anni di sviluppo domestico e basso profilo internazionale, la Cina con la Presidenza di Xi Jinping ha varato nello scorso decennio un’ambiziosissima politica di espansione internazionale, incentrata sul faraonico progetto della Nuova via della seta. È rivolto a più di cento paesi per la realizzazione di infrastrutture sia materiali, quali strade, ferrovie, ponti, porti, sia digitali. L’Europa e gli Stati Uniti si sono limitati finora a mettere in guardia i paesi meno sviluppati sui rischi e pericoli dei piani cinesi. Non è certo bastato. Servono iniziative concrete e risorse, soprattutto verso l’Africa, un continente destinato a giocare un ruolo di primo piano in questo secolo per il futuro del pianeta. Un primo passo importante comunque è stato il piano da 300 miliardi di euro (Global Gateway) varato di recente dalla Commissione europea per la costruzione di infrastrutture strategiche nei Paesi in via di sviluppo. Potrebbe essere una prima risposta alla Via della seta cinese. Certo ora andrà implementato. Ma la strada è quella giusta».

Il sospetto è che la classe dirigente cinese sia stata accorta nell’approfittare della congiuntura economica ma anche che la politica americana ed europea non sia stata all’altezza. È solo un’impressione o c’è del vero?

«C’è del vero. Basti ricordare che per un lungo periodo dopo l’ingresso della Cina nel Wto – nel 2001 – si è ritenuto negli Stati Uniti ed in Europa – piuttosto ingenuamente va aggiunto – che lo sviluppo della Cina avrebbe favorito una sua convergenza verso modelli di economia (mercato) e società (democrazia) più simili ai nostri. Si è verificato il contrario come sappiamo. In realtà il “capitalismo di stato” cinese ha usato ogni mezzo in questi anni per avvantaggiare le sue imprese. La lista è lunga: ingenti sussidi, spionaggio economico, trasferimenti forzati di tecnologie, acquisizioni predatorie di imprese estere e così via. Solo di recente, gli Stati Uniti, prima, e l’Europa, poi, hanno cominciato ad approntare misure e politiche di difesa. Ma si è aspettato davvero troppo ed è un ritardo che oggi stiamo pagando».

La grande crisi finanziaria del 2008 ha rivelato tutta la pericolosità di un’economia staccata dal lavoro, come se fossero i soldi stessi a generare i soldi, sempre e comunque. C’è speranza che il mondo occidentale abbia imparato la lezione o siamo semplicemente in attesa della prossima bolla?

«Dopo la grande crisi finanziaria del 2008-2009 negli Stati Uniti e in Europa è stato riproposto lo stesso modello di crescita del passato. L’unico vero motore di rilancio è stata una generosissima politica monetaria. E la conseguenza è stata l’aggravarsi di disuguaglianze e costi ambientali. Ma la risposta alla crisi pandemica è oggi diversa. Si è proposta la strategia di crescita sostenibile, sia ambientale che sociale. È una decisa svolta rispetto al passato col riconoscimento che per avere prosperità economica servono inclusione sociale, da un lato, e risanamento ambientale, dall’altro. Avevamo appena cominciato in Europa a delineare delle politiche di attuazione prima che scoppiasse la guerra di Putin. Ora è importante che nel fronteggiare nell’immediato le emergenze derivanti dalla guerra si ribadisca che il nostro obiettivo chiave a medio e lungo termine resta la crescita sostenibile».

I rincari di qualunque cosa adesso vengono addebitati alla guerra, quando in realtà erano iniziati ben prima. Quale ne è la causa vera? E soprattutto, se la grande maggioranza dei cittadini paga di più qualsiasi cosa, chi sono i pochi che si stanno arricchendo alle nostre spalle?

«L’inflazione è esplosa già a partire dallo scorso anno un po’ dappertutto nell’area occidentale, molto meno in Asia. Vi hanno contribuito la forte inaspettata ripresa della produzione e le strozzature verificatesi a causa del Covid nelle catene internazionali di produzione e distribuzione. In Europa una forte spinta è venuta dai forti rincari dell’energia, soprattutto l’aumento del prezzo del gas. Con la guerra in Ucraina questi rincari si sono ulteriormente aggravati e stanno provocando tendenze recessive. Il nuovo pericolo è la stagflazione, come negli anni ’70. Il peso dell’inflazione finisce per schiacciare di più, come sempre, le famiglie meno abbienti creando ulteriori squilibri a livello sociale. Di queste differenze va tenuto conto a livello politico. Fenomeni speculativi ci sono come sempre in fasi di espansione dei prezzi come l’attuale. Quelli più aggressivi agiscono a livello internazionale ed è purtroppo difficile contrastarli. Ma va comunque tentato».