Ecco “Il Trombonista innamorato” per avvicinarsi, sorridendo, al jazz

Daniele Benati paragona Aldo Gianolio a Umberto Eco: «Riflettere attraverso la forma narrativa» 

“Il Trombonista innamorato (e altre storie di Jazz)” è il titolo della seconda edizione di una raccolta di racconti che il reggiano Aldo Gianolio ha pubblicato, vent'anni fa, nel 2002, dall'editore Moby Dick, con l'eloquente titolo “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock”. A giustificare ora, per questa pubblicazione, il cambiamento del titolo e a fare del libro, più che una riedizione, una riproposta sotto forma di novità, è l'integrazione di numerosi altri racconti che ne hanno più che raddoppiato la mole e la serie di illustrazioni realizzate dall'autore stesso che rivelano un'orgogliosa ascendenza jacovittiana.

Strutturalmente il libro si presenta come una torrenziale conferenza tenuta dal timidissimo critico musicale John Ferro, punta di diamante della prestigiosa rivista “Down Beat”, il quale, pur essendo molto impacciato a parlare in pubblico, si esibisce durante un Convegno Internazionale di Jazz tenutosi a St. Peter, negli Stati Uniti, in uno spericolato tour de force costituito dalla narrazione di ben quaranta storie relative alle imprese – ma possono anche essere solo minuscoli episodi o piccoli aneddoti – di importanti musicisti di jazz.


Essendo il jazz una delle espressioni artistiche più emblematiche e rappresentative delle tensioni culturali e sociali che hanno agitato il Novecento, John Ferro, alias Aldo Gianolio, di cui Ferro è infatti in qualche modo l'alter ego, ne approfitta per condire le sue storie con tutte le riflessioni e le opinioni da lui maturate nel corso degli anni riguardo all'arte, alla musica, alla letteratura, alle questioni sociali e ideologiche di questi ultimi decenni, rivelando in tal modo la sua visione del mondo, oltre che una competenza che va bene al di là di quella di un normale narratore.

Aldo Gianolio è infatti un apprezzatissimo critico di jazz, sebbene più esatto sarebbe definirlo un saggista, come risulta dalle sue innumerevoli collaborazioni a riviste del ramo (Musica Jazz, Jazzit, AudioReview, Jazzitalia, oltre che al quotidiano l’Unità) non solo con articoli e recensioni, ma con veri e propri saggi, che presto saranno pubblicati in volume – un volume piuttosto voluminoso – dall'editore Corsiero.

È importante sottolineare questo aspetto dell'attività di Gianolio perché “Il trombonista innamorato” rappresenta per certi versi una licenza dal lavoro rigoroso e direi quasi scientifico nella precisione puntigliosa con cui egli analizza nei suoi saggi lo stile dei vari musicisti che di volta in volta prende in esame, con tanto di trascrizione delle parti più significative delle loro composizioni o dei loro assoli. Una licenza che nei modi e per certi versi è simile, per dare un’idea senza voler cadere nell’irriverenza, a quella che Umberto Eco si era preso dal suo seriosissimo lavoro quando aveva deciso di dedicare i suoi sforzi alla stesura di un romanzo che poi sarebbe diventato “Il nome della rosa”.

Eco infatti aveva dichiarato all'epoca di aver scelto il mezzo narrativo perché gli sembrava che fosse quello più adatto per esprimere ciò che andava elaborando come riflessione in quel momento. E non si può negare che avesse fatto centro.

Evidentemente ciò che gli premeva allora poteva essere espresso solo “artisticamente” attraverso una forma narrativa. E se pensiamo che uno dei concetti attorno a cui ruota la trama del libro è relativo al fatto che il riso, come si dice a un certo punto della storia, uccide la paura e senza paura non ci può essere la fede, si capisce come un concetto come questo potesse essere espresso solo “artisticamente” attraverso una forma consolidata come quella del romanzo.

Direi che Gianolio con “Il trombonista innamorato” si è trovato nella stessa posizione di Eco, cioè a trattare la materia di cui è competente ma da un'altra angolatura, con in più il fatto, rispetto a Eco, di aver riversato direttamente nel testo il contenuto che sta al centro del romanzo di Eco, ossia il riso, l’elemento comico. I racconti di Gianolio, infatti, caratterizzati come sono da un umorismo a volte latente e a volte smaccatamente presente, hanno proprio nella comicità una delle loro qualità principali.

Un'altra caratteristica del libro è la brillante capacità di Gianolio di delineare i personaggi – tutti jazzisti di primo piano – attraverso piccole storie o piccoli avvenimenti presi dalla loro vita. Alcuni di questi fatti sono realmente accaduti, come l’episodio di Basie che si perde il knock-out messo a segno da Joe Louis nell’incontro pugilistico del secolo; altri sono inventati di sana pianta ma i musicisti in questione sono tratteggiati fedelmente, come nel racconto in cui Jacki Byard inveisce a più riprese in diverse discussioni contro lo scrittore Jack Kerouac.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più divertenti del libro, ossia la voglia di sfruttare il minimo appiglio per esprimere le proprie (proprie dell'autore) opinioni sul mondo, sulla vita e sull’arte, magari cogliendo qualche pretesto volante per tirare due o tre bordate a destra e a manca, e quando questo pretesto non c’è, lo si inventa.

Il libro, come si è detto, è costruito come un chilometrico intervento dello studioso di Jazz John Ferro che non sa parlare molto bene in pubblico perché gli viene l’ansia, e per questo preferisce leggere.

E quello che legge è esattamente quello che stiamo leggendo anche noi, cioè un lungo discorso che a volte pare guidato da un grande acume critico, altre volte pare invece essere il frutto di uno sproloquio fatto di elucubrazioni apparentemente sconclusionate, dato che in certi punti John Ferro sostiene una tesi e in altri il suo opposto, oppure esprime pareri negativi su alcuni musicisti, registi o romanzieri considerati sacri, da Miles Davis a Alfred Hitchcock e Jack Kerouac.

I racconti, pur essendo accomunati dalla medesima scelta linguistica tendente al parlato (ma con frequenti scorribande nel linguaggio specifico-tecnico del jazz che ne innalzano il tono), sono costruiti in una continua varietà di modi che possono andare dalla rappresentazione teatrale in forma di dialogo a più voci, a quella del racconto vero e proprio con evoluzione di una storia, a quella breve del bozzetto o dell’aneddoto, a quella lirica, come è il caso dell’ultimo racconto in cui il grande sassofonista Lester Young osserva il suo funerale dal cielo.

Dato che il jazz continua a rappresentare un mondo per addetti ai lavori e un tipo di musica adatto a orecchi sofisticati, “Il trombonista innamorato” invita ad avvicinarvisi senza timori reverenziali, perché il jazz è solo – come del resto lo è ogni espressione artistica che si rispetti – un modo per tenere alta la bandiera della propria cultura e delle proprie radici qualunque esse siano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA