Nello studio di Attilio Badodi, mitico ritrattista di artisti e dive

Nato a Reggio Emilia nel 1880, entrò presto nell’Olimpo dei grandi anche come fotografo di scena 

REGGIO EMILIA. Lui, il fotografato, è in posa ma a guardarlo bene, forse no… Ha un’aria stanca e nel contempo di sfida… Indubbiamente il ritratto è vero (il personaggio è conosciutissimo) ma anche idealizzato… Il soggetto in causa è un primo piano di Giacomo Puccini e, nel guardarlo, non possiamo non accorgerci anche della bellezza dell’immagine così carica di espressione. Si tratta anche di un’immagine preziosa essendo tra ultime prima della morte del compositore. Ne è autore Attilio Badodi, fotografo reggiano tra quelli che di diritto collochiamo nell’Olimpo dei grandi se non altro per aver ritratto con maestria i personaggi più famosi del teatro della prima metà del ‘900.

Attilio Badodi nasce nel 1880 ed è nipote del fotografo Giuseppe Fantuzzi (1859-1915) che possiede uno studio in via Emilia Santo Stefano. Nel 1902 arriva a Milano e nel 1908 apre il suo studio in via Brera 5 (lo studio rimarrà aperto fino al 1965 sempre allo stesso civico). Muore nel 1967. Il fatto è che il suo studio è a due passi dai maggiori teatri dell'epoca: Teatro alla Scala, Teatro Manzoni, Teatro Fossati. Badodi inizia a frequentare artisti e dive tra cui la reggiana Maria Melato, Lyda Borelli, Dina Galli, Anna Fougez, Paola Borboni, Dora Migliari Menechelli, Tina Di Lorenzo. Tra gli artisti più celebri Puccini appunto, poi Mascagni, Pirandello, D'Annunzio, Toscanini, il montecchiese Ermete Zacconi di cui era amico: inoltre è l'unico fotografo ufficiale delle nozze tra Edda Mussolini e Galeazzo Ciano. Di lui parliamo con Valentina Barbieri, collezionista, brillante studiosa della fotografia, già collaboratrice della Gazzetta di Reggio, che si è appassionata a Badodi dopo essere venuta a conoscenza del Fondo della Biblioteca Panizzi (le foto che pubblichiamo ne fanno parte).


«Attilio Badodi diventa presto famoso come ritrattista e come fotografo di scena: la sua è un’immagine prevalentemente di posa – spiega Barbieri –. L’autore interagisce con i clienti nell'intimità del suo studio, rinuncia alla luce artificiale, li mette in posa, ci conversa e poi scatta con il suo banco ottico». Chi ci ha raccontato la storia, fa riferimento anche al saggio di Alessandra Quattordio che descrive anche questo fantastico suo spazio caratterizzato da fregi d’oro e da targa liberty sulla porta d’ingresso. Dopo aver sostato in un salottino Luigi XV, si accedeva a una veranda inondata di luce e arredata con tendaggi e divanetti, secondo il gusto Belle Epoque allora imperante; pareti e soffitto erano costituiti da vetri e la luce entrava liberamente ad illuminare gli illustri personaggi che là venivano a farsi ritrarre. Tutto iniziò quando, con una certa titubanza, il nostro Attilio si presentò nei camerini di via Manzoni, dove una sera offerse agli attori Annibale Betrone e Alfonsina Pieri che erano impegnati in una recita, le su prestazioni di fotografo, non senza timidezza ed imbarazzo. Egli stesso ricordava a questo proposito nel 1948 in un’intervista sul Tempo: «Furono tuttavia queste forme di incertezza a rendermi simpatico, poiché la mia proposta venne presa in considerazione. Il giorno dopo vennero nel mio studio e si aprì in questo modo la serie delle visite dei personaggi famosi».

«Badodi è uno dei massimi esponenti di una generazione di raffinati ritrattisti italiani che diventano interpreti di un'epoca, quella tra le due guerre caratterizzata da un intenso fermento artistico e di grandi contrasti politici – puntualizza Barbieri – . I clienti più assidui provengono da una élite culturale che ruota intorno alla Milano più aristocratica: il ritratto fotografico in studio sostituisce il tradizionale ritratto pittorico di fine Ottocento».

Il merito del nostro, ribadisce la Barbieri, è stato sicuramente quello di essere partito da una città come Reggio e di essersi ritagliato un ruolo di prestigio a Milano a fianco di illustri professionisti come Emilio Sommariva, Mario Castagneri, Mauro Camuzzi, Vincenzo Aragozzini. La fotografia all'epoca era ancora una disciplina artigianale, fare il fotografo significava spesso saper stampare, saper ritoccare i negativi e i positivi a mano.

Peccato che non abbia lasciato eredi, dato che il suo unico figlio, Arnaldo Badodi (1913) muore in Russia nel 1943 per le conseguenze del tifo dopo aver partecipato alla battaglia del Don; era un pittore affermato, allievo di Aldo Carpi a Brera e membro del gruppo “Corrente”. «Auspico che si arrivi ad un’opportuna valorizzazione della sua figura partendo dalla città in cui è nato, ricostruendo il corpus omogeneo delle sue fotografie attualmente sparse in vari archivi italiani e collezioni private – puntualizza la Barbieri –. Potrebbe diventare l'occasione per dedicargli una retrospettiva con un catalogo esaustivo. Per fortuna, da poco una nuova generazione di storici sta lavorando alla riscoperta di autori inediti operativi tra le due guerre da sempre poco valorizzati. Se da una parte quegli scatti costituiscono una fonte eccezionale per comprendere determinati snodi storici, dall’altra si crea l’occasione di conoscerne gli autori che oltre ad essere i testimoni preziosi di quegli eventi, in qualche caso vengono alla luce come artisti dal sorprendente talento».

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