Ecco Cuscunà e le pupazze «Le clarisse mi aiutano a raccontare le donne di oggi»

Adriano Arati

SCANDIANO. Il coraggio delle monache friulane del ’500 usato per raccontare l’oggi. Offre un viaggio nel tempo “La semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d'esser donne”, lo spettacolo scritto e interpretato da Marta Cuscunà in scena domani al teatro Boiardo. Il lavoro mette al centro la vicenda di un gruppo di clarisse di Udine, costrette alla monacazione dalle famiglie nel 1500 e autrici di una celebre ribellione che le portò di fronte al tribunale dell’Inquisizione. Una vicenda da cui parte la Cuscunà, in questi sabati impegnata con i suoi pupazzi all’interno della “Fabbrica del mondo”, il programma di Rai Tre ideato da Marco Paolini con Telmo Pievani. E proprio la miscela di recitazione e pupazzi segnerà anche la serata scandianese. Un elemento che suona forse “insolito”, al pubblico. Ma non per l’autrice: «Leggendo i documenti storici l’elemento dell’ironia e del grottesco era presente. Già nei verbali del processo, emerge come l’inquisitore si rendesse conto che le clarisse lo stessero prendendo per i fondelli», spiega. Le pupazze, quindi, «aiutano a rendere la coralità della vicenda, io sono da sola in un monologo e le pupazze mi aiutano a rendere il coro e la grande coesione del gruppo delle clarisse. Io poi ho avuto la fortuna di lavorare con maestri che hanno usato i pupazzi come strumenti forti per trattare temi scomodi, l’associazione con il teatro per l’infanzia è un aspetto molto italiano, all’estero è molto meno frequente».


Nel cammino della Cuscunà, si parte da mezzo millennio fa e si arriva all’oggi: «La monacazione forzata e il destino delle donne deciso dai padri di famiglia è un problema che in Italia non ci riguarda più, anche se in altri contesti culturali esiste ancora il tema. Mi ha colpito però che i meccanismi che sono alla base della storia delle clarisse sono presenti ancora oggi, in maniera più subdola, la monetizzazione della figura femminile».

In che modo?

«La bellezza permetteva di risparmiare sulla dote, un difetto fisico o l’età avanzata portavano esborsi più alti. Pensiamo oggi a certe pubblicità ancora molto presenti, o agli annunci di lavoro in cui si chiede la bella presenza. Sono stereotipi e meccanismi di cui non ci siamo ancora liberati».

Usare storie del passato permette di guardare la contemporaneità con una certa distanza. E la visione offre tanti intrecci: «Stupisce quante siano le analogie con la contemporaneità, è una delle basi del mio spettacolo. All’epoca le bambine ricevevano delle bambole che raffiguravano suore, lo ricorda anche il Manzoni, pensiamo come funziona oggi con le bambole e i giochi, e con l’avanzamento fatto. Oggi troviamo una Barbie Samantha Cristoforetti, sono figlie di movimenti femminili, di solidarietà, per riappropriarsi della narrazione».

Movimenti di cui le monache friulane sono state orgogliose anticipatrici: «La vicenda delle clarisse dimostrano che avevano una consapevolezza molto alta di quello che stavano facendo, era molto chiaro all’epoca che gli eretici, non solo donne, finivano sul rogo con facilità», sottolinea l’autrice. Eppure, non si fermarono, con enorme fermezza: «Dalle corrispondenze ritrovate emerge come, con un’autodisciplina encomiabile, rimangono chiuse dentro al convento per dare dignità alle loro richieste. Perché? Perché sapevano che avrebbero dovuto evitare ogni fuga d’amore, per le donne dare spazio al sentimento e alla sessualità venivano ricondotto a un disordine perverso».

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