Nella chiesa di San Carlo la mostra dedicata a Joseph Beuys e Wolf Vostell

Organizzata da “Flag No Flags Contemporary Art” e Archivio Cattelani riflette su religioso e umano, arte e tecnologia

REGGIO EMILIA. Un progetto espositivo dedicato a Joseph Beuys e Wolf Vostell. È quello che da ieri è visitabile nella chiesa dei Santi Carlo e Agata, in via San Carlo 1 a Reggio Emilia, organizzata da “Flag No Flags Contemporary Art” con Archivio Cattelani e curata da Giovanni Nicolini.

In esposizione due opere che sembrano conformarsi a una chiara affermazione di Rudolf Arnheim: “L’opera d’arte al suo livello migliore… evoca quelle potenze più profonde e più semplici in cui l’uomo riconosce se stesso”. Appena un indizio, verrebbe da dire, quasi un orientamento alla comprensione dell’indissolubile rapporto che vincola da sempre il tema dell’arte con quelli della religione, della bellezza e della fede.



“Non si entra nella verità se non con la carità” dice Sant’Agostino, e allora il Cristo ligneo di Wolf Vostell accoglierà realmente nella ferita del costato, in prossimità del suo cuore, l’immagine dello spettatore riflessa in un piccolo monitor mediante una telecamera a circuito chiuso. Nel fondo di qualsiasi cuore umano, per una tradizione della mistica tedesca, starebbe riflessa l’immagine di Dio e proprio per questa via, come sostiene Angela Vettese in un saggio dedicato all’opera “Occhio per occhio” (1991), la tecnologia si piega alla teologia.

L’adesione a una religiosità intima e soggettiva lega il disegno e il destino di Joseph Beuys a Ignazio di Loyola: entrambi feriti, guerrieri caduti nell’azione e prodigiosamente salvi nella pratica di una esperienza ascetica risolta tra silenzio, solitudine e separazione dal mondo.



L’arte vissuta quindi come un’azione trasformativa personale e comunitaria, tesa a coinvolgere spiritualità, mitologie e sfera simbolica, di cui è intensa testimonianza lo studio preparatorio su carta esposto, strettamente connesso al leggendario evento performativo “Manresa” svolto nel 1966 in cui Joseph Beuys già considerava come solo attraverso la spiritualità potesse nascere non solamente un individuo libero, ma un individuo in grado di crearsi la propria cultura.

LE OPERE

Di Joseph Beuys è esposta “Manresa” (1966) che prende il nome da una piccola città della Catalogna dove Sant’Ignazio Loyola, il fondatore dei Gesuiti, formulò i suoi “Esercizi Spirituali” all’inizio del XVI secolo. “Manresa” fu tra le azioni più radicali di Beuys raffigurando pienamente l’idea di un’arte trasformativa, sia in senso personale che comunitario, risolta in una pratica artistica in grado di coinvolgere spiritualità, mitologie personali, strutture politiche, elementi simbolici. Di Wolf Vostell “Occhio per occhio” (1991), dove la tecnologia si piega alla teologia.

Infine di Nam June Paik “Omaggio a Joseph Beuys” (1989), dove l’artista accentua il tema della gioia e della fiducia nella vita “dipingendo” e “scolpendo” con l’utilizzo dei suoi materiali per eccellenza: la luce e l’energia. Video ed elettronica, quindi, perché vincolato idealmente come Joseph Beuys – che omaggia con il ritratto esposto – ai significati profondi delle possibilità trasformatrici insite nell’energia interiore che è in ciascuno di noi.

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