Maria Roveran sul palco: «Racconto un futuro apocalittico e insieme reale»

L’attrice questa sera al cinema Boiardo presenta il film “La terra dei figli” tratto all’omonima graphic novel di GiPi: «Lontanissimi dalla fantascienza» 

SCANDIANO. Un futuro lontano ma vicino, sia come luoghi che come scenario. È quella che racconta “La terra dei figli”, il film di Claudio Cupellini con Maria Roveran in cartellone questa sera (ore 21) al cinema Boiardo all’interno della rassegna di cinema d’essai. La Roveran, assieme al regista, sarà presente in sala e dialogherà col pubblico al termine della proiezione del racconto di un adolescente alle prese con le durezze di un’Italia devastata, un panorama di Apocalisse girato a qualche centinaio di chilometri da qui, nel Delta del Po tra Ferrara e Rovigo, ispirato all’omonima graphic novel di GiPi. Un’occasione per ascoltare le parole della Roveran, e le sue riflessioni sul contatto col pubblico. «Il risultato del mio lavoro – racconta – lo percepisco quando incontro il pubblico, questa è una caratteristica identitaria mia. Per quanto io sia emozionata sul set, la prova del nove è quando porti il lavoro al pubblico. Sono emozionata e curiosa, penso a quali potrebbero essere le reazioni e a come possa essere accolto un lavoro che ha due anni ma che per me è un’esperienza sempre vivida».

La storia narrata peraltro getta ponti con l’attualità.


«Forse un aspetto da sottolineare è che il film è stato girato prima della pandemia. La mia personale sensazione è che la lettura del film sia cambiata moltissimo fra prima del covid e dopo il covid, parliamo di un futuro apocalittico, e però è un apocalisse che non è difficile immaginare possa accadere. Per me questa è una grande differenza: non è un film fantascientifico, è molto concreto nella sua allegoria ispirata all’opera di GiPi».

A proposito, conosce la graphic novel?

«No, conoscevo altri lavori di GiPi ma non questo, e forse è stato più utile così: il regista stava cercando qualcosa di nuovo e dalla mia parte volevo capire cosa io potessi portare al lavoro. Si pensa che gli attori debbano copiare quello che gli viene dato, ma non è sempre così, era importante poter dare una visione piena, ho cercato davvero di essere Maria, il nome del mio personaggio».

Con le difficoltà di dover interpretare un personaggio che su carta aveva già un’identità chiara.

«È chiaro che ci ispiriamo a qualcosa di disegnato ma poi nella carne siamo altro. Un rimando c’è stato anche in chi ha cercato noi attori, c’erano riferimenti chiari, poi ognuno si cala nella propria natura mettendo in gioco gli strumenti di cui dispone. Per rendere credibile la mia Maria sono dovuta entrare dentro a piedi pari nel ruolo, alla fine è venuta fuori una figura più complessa da quella disegnata e più mia».

E siamo tornati, finalmente, in presenza.

«Il film lo abbiamo presentato al festival di Taormina, già con le mascherine. Certo è cambiato tanto, è un’esperienza forte vedere come un luogo di condivisione e fruizione sia mutato e fortemente, ma non tutto è da buttare. Sono in contatto con l’idea che il cinema e il teatro siano posti meravigliosi, anche a distanza di sicurezza, anzi, che lo siamo ancora di più perché portiamo le mascherine: sono luoghi da vivere ancora di più ora. Abbiamo bisogno di vivere l’arte, la cultura. Dobbiamo farlo rispettando tutte le norme. È straniante, mi colpisce al cuore, ci voglio essere».

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