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In un docufilm la favola di Benny Benassi, da Bellarosa di Albinea all’Olimpo dei dj

“Equilibrio” è stato presentato ieri a Roma in occasione della Festa del Cinema: «Ora vogliamo portarlo in giro, anche nei piccoli cinema»

REGGIO EMILIA. Da Bellarosa e dal Marabù agli inchini dell’intero mondo della dance. Nella giornata di ieri il dj reggiano Benny Benassi ha vissuto una giornata fuori dagli standard anche per una star internazionale come lui, con la presentazione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma del documentario “Equilibrio” dedicato alla sua carriera e al suo percorso nell’enorme circuito della musica da ballo. “Equilibrio” nasce da un’idea dei reggiani Stefano Camurri e Cesare Della Salda, titolari dell’agenzia Framedealer che da un decennio cura la parte visuale delle esibizioni e delle produzioni dell’artista. Assieme agli statunitensi Matt Mitchener e Devin Chanda dell’agenzia Scheme Engine, in tre anni sono state assemblate interviste, narrazioni, cartoline da spettacoli e da luoghi visitati, per ripercorre un cammino che non è solo quello di Benassi ma quello di un intero genere. “Equilibrio” è stato completato nel 2020, non proprio il periodo migliore per pensare a una diffusione in grande stile, e si è approdati quindi all’autunno 2021 per un debutto su un palcoscenico a dir poco prestigioso, quello della Festa di Roma appunto.

Ieri pomeriggio si è tenuta la vernice con conferenza stampa e passerelle per Benassi e per Stefano Camurri, poi c’è stata la primissima proiezione in pubblico su grande schermo. Una novità anche per il dj: «Ancora non ho visto il lavoro al cinema, con tanta gente attorno, sarà davvero un momento speciale», sorrideva poche ore prima dell’esordio all’evento capitolino. Ed “emozioni” è la parola più usata tra quelle di Benassi, che vedrà i vari Jovanotti, Steve Aoki, Tiesto e David Guetta raccontare il “loro” Benny Benassi in un lavoro in cui non mancheranno ovviamente gli sprazzi di reggianità.


«Sinceramente non mi sarei mai aspettato di fare un documentario che ripercorresse tutte le tappe fatte in questi anni – spiega –. Appena siamo arrivati a Roma siamo stati circondati da giornalisti e persone che avevano già visto il documentario in anteprima, che volevano sapere come fosse andata, c’era grande interesse. È davvero tutto molto emozionate, e non me lo sarei mai aspettato».

Torna alla genesi del progetto Camurri: «Benny ha conosciuto il mio socio nel 2010, nel 2011 ci ha chiesto i visual per il suo spettacolo in città, il “Benny Benassi and Friends”: è andata benissimo e poco dopo ci ha detto di preparare le valigie per partire in tour con lui. Siamo andati in Canada, a Miami, a Londra, praticamente eravamo sempre in tour, quasi un weekend sì e uno no, sono stati sei anni bellissimi ma anche molto impegnativi, perché Benny fa davvero una vita da rockstar», spiega il videomaker reggiano. «In quel periodo abbiamo raccolto un sacco di materiale video, nel 2017 Benny ci ha chiesto cosa volevamo farne e abbiamo pensato di raccontare la sua storia, quella di un ragazzo che parte da Reggio, dal Marabù e lo fa quando il mestiere del dj praticamente non esiste, c’erano pochissimi nomi internazionali, lui aveva questa visione e ce l’ha fatta: tante hit, in testa alle classifiche, nei festival più grandi».

Una carriera inaspettata: «È un percorso strano da pensare, partendo da Bellarosa di Albinea è arrivato nel gotha dei dj internazionali, e così noi ci siamo trovati a raccontare la storia e l’evoluzione del mondo dance. E a operare in due continenti. Abbiamo coinvolto l’agenzia newyorkese Last Engine, d’altronde Benny è molto noto negli Usa, là ha fatto di tutto, il Coachella, l’Ultra, le collaborazioni con Madonna... Si è fatto tutta la gavetta sino alla vetta». Nel 2018 si parte con il lavoro vero e proprio, strutturando la scaletta e raccogliendo le interviste: «Ci siamo divisi in due squadre. Noi come Framedealer ci siamo occupati di Italia ed Europa, siamo andati a quel che resta del Marabù, a casa di Jovanotti, a Milano da David Guetta. Scheme Engine ha contattato i dj internazionali: molti vivono in America, là ci sono i circuiti principali». Il risultato è un documentario bilingue: «La parte più complessa è stata mettere insieme tutto questo, è un lavoro metà italiano e metà inglese e questo rispecchia l’anima di Benny: da noi vive una vita molto riservata, in America lo fermano per strada, ho visto gente mettersi a piangere e abbracciarlo dopo averlo riconosciuto negli Usa», sorride Camurri.

E ora? «Ci piacerebbe presentare il documentario in giro, in piccoli cinema dove si possa creare un’atmosfera e magari pensare a uno spettacolo. A Reggio prima della pandemia eravamo andati in qualche locale dove Benny aveva suonato da ragazzo. Di certo non c’è nulla, ma l’idea è di farlo girare».

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