Principio speranza e tarocchi da scrutare nella nuova edizione di Festival Aperto

La programmazione inizia nel weekend con due spettacoli: sabato “The end of the world”, domenica “Repertoire”

REGGIO EMILIA. La cosa è apparentemente semplice, due parole: “Principio speranza”. In realtà esse alludono a un pensiero filosofico complesso, ideato da Ernst Bloch a metà del secolo scorso dal quale I Teatri hanno attinto, corredandolo con esplicative immagini tratte dai tarocchi per esprimere il concept del Festival Aperto al via nel prossimo weekend.

«Un titolo esplicativo nato dal lavoro di squadra – sottolinea Paolo Cantù direttore de I Teatri – con le suggestioni di Roberto Fabbi per la parte creativa e la grafica Silvia Castagnoli: mai come quest’anno fa piacere dire che è il frutto dell’impegno collettivo».

Il tema “Principio speranza”, spiega, «nasce dalla situazione inimmaginabile che abbiamo vissuto in questi due anni, e la filosofia utopistica di Ernst Bloch ci fornisce l’idea di interpretarla nel segno di una tensione in atto, una volontà estrema dell’umanità, condivisa nei vari aspetti. L’immagine dei tarocchi prende spunto invece da un’opera di Calvino, “Il castello dei destini incrociati”. Mi sembra perfetto ripartire anche dalla cabala, interrogando il destino. In questo senso vediamo questo Dio-donna (la speranza) che distrugge le ambizioni umane rappresentate dalla torre. Oppure possiamo anche chiederci: dobbiamo distruggere per ripartire? Nelle altre immagini vediamo il sole e la luna che si mettono insieme, il re che cade dalla torre, il passaggio tra le colonne del tempio di Salomone allusivo di un nuovo modo di pensare. Da queste immagini, i pensieri: la nostra reazione è lavorare per costruire una speranza, imparare a sperare, ma lontano da un senso consolatorio! Vogliamo ripartire e indagare il contemporaneo attraverso gli artisti chiamati per questa edizione – assicura – che si sviluppa, come in passato, con omaggi e fili conduttori: questa volta Stravinsky piuttosto che Dante. Ancora una volta ci rivolgiamo a questi e agli artisti protagonisti per capire il nostro tempo e individuare la direzione da prendere».


Cantù si riferisce all’opera multimediale “The end of the world”, che inaugura Festival Aperto, sabato alle 20.30, al Teatro Valli: una celebrazione della bellezza del mondo attraverso la rappresentazione del disastro ecologico che sta affrontando il pianeta, in cui protagonisti sono il pianista ucraino Lubomyr Melnyk, la violoncellista canadese Julia Kent e il collettivo torinese Spime.IM.

«Uno spettacolo in prima rappresentazione il cui titolo è un manifesto politico, poiché celebriamo la bellezza del mondo andando verso la distruzione – commenta Cantù – Ci s’interroga sull’origine e la fine e al centro l’insostenibilità ambientale. Per rendere il dramma, l’opera è concepita come un’esperienza multimediale coinvolgente con artisti che suonano strumenti classici e artisti digitali alle prese con un sintetizzatore di guanti personalizzato per interazione audiovisiva con il suono e immagini».

L’altro spettacolo, “Repertoire”, domenica alla Cavallerizza ore 18, presenta la musica del compositore argentino Mauricio Kagel trapiantato a Colonia, famoso per aver sviluppato l’aspetto teatrale dell’esecuzione musicale.

«Una nostra produzione con la regia, le scene e i costumi di Roberto Paci Dalò a cui teniamo molto – evidenzia Cantù – fatta di 100 quadri e 300 oggetti non usuali che rumoreggiano, per portare alla percezione un qualcosa di frammentato che invece alla fine appare unitario; si distingue per l’alto profilo performativo con la presenza anche del percussionista Simone Beneventi e l’ensemble Zaum». Da segnalare anche lo spettacolo di mercoledì con i Fontana Mix Ensemble concertati da Francesco La Licata in Solstices di Georg Friedrich Hass e quello di sabato 25 “Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro” basato sui movimenti delle quinte teatrali. Tra tanti, il progetto speciale affidato a Eva Jospin: «Una scultura-installazione che per due mesi occuperà la Sala Ottagonale al Ridotto del Municipale trasformando gli spazi in luoghi archetipici e incantati».

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