Sorrentino e Martone gli italiani migliori Ma dal Lido arrivano piacevoli sorprese

Da “Competizione ufficiale” a “Non lasciate tracce”  una rassegna di altissima qualità: stasera i premi

Fabio Canessa

Vincerà Paolo Sorrentino. Così dicono le voci degli addetti ai lavori e dei soliti beninformati che si aggirano per il Lido. Peccato che le soffiate del giorno prima siano state ogni anno smentite dal verdetto del giorno dopo.


Però stavolta sono in molti ad assicurare che “È stata la mano di Dio” non uscirà a mani vuote dalla cerimonia di premiazione di stasera, merito di un Sorrentino meno algido del solito che, grazie al soggetto dolorosamente autobiografico (la morte di entrambi i genitori quando lui era ancora un ragazzo) è riuscito a riempire l’indiscutibile virtuosismo formale con un contenuto ad alta intensità emotiva.

Chiunque sarà stasera il vincitore del Leone d’oro, la Mostra di Venezia può vantare comunque un bilancio molto positivo: tutti i critici e il pubblico cinefilo concordano all’unanimità che questa edizione ha superato nettamente lo scorso Festival di Cannes, sia per la qualità media delle opere in gara che per l’impeccabile organizzazione anti-Covid. Come diceva Giovanni Grazzini, un grande critico del passato, il bello di Venezia è che ogni giovanotto vi trova pane per i suoi denti e ogni vecchietto per la sua dentiera: tanto più quest’anno, considerata la grande varietà dei generi che si sono alternati sugli schermi del Lido. Si va da filmoni tradizionali di impeccabile fattura come il francese “Le illusioni perdute”, tratto dal capolavoro di Balzac, a un cinema sperimentale di ricerca rigorosa ed efficace come l’ucraino “Riflesso”, dalla denuncia politica del polacco “Non lasciate tracce”, di robusto impegno civile, alla spassosa commedia spagnola “Competizione ufficiale” con Banderas e Penélope Cruz (e già partecipare alla competizione ufficiale veneziana con un film intitolato “Competizione ufficiale” è un colpo di genio), fino alle nuove opere di maestri venerati come Pedro Almodóvar (“Madri parallele”) e Jane Campion (“Il potere del cane”), entrambe accolte calorosamente sulla Laguna.

Più complicato è valutare, dai film visti alla Mostra, il presente e il futuro del nostro cinema: ben cinque titoli italiani in concorso (e almeno altrettanti nelle altre sezioni), quasi un record un po’ come il numero dei titoli francesi a Cannes, inviterebbero a un certo ottimismo sullo stato di salute della produzione nazionale. Però, se dovessimo scommettere sul successo al botteghino di qualcuna di queste opere, andremmo cauti: passi per l’ostico “Il buco” di Michelangelo Frammartino, un esercizio di pazienza che sembra fatto apposta per tenere lontano il pubblico, ma anche “America Latina” dei fratelli D’Innocenzo che già tanto ci annoiarono in “Favolacce”, con tutto il rispetto e la simpatia per i due bizzarri registi, rientra nel filone punitivo di cinema da Quaresima. Meno prevedibile l’esito di “Freaks out”, visto l’originale universo dell’ottimo Mainetti, però temiamo che un bagno di folla non toccherà neppure all’ambizioso cinema freak del regista a cui dobbiamo il più commerciabile “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

A conti fatti, il film italiano da Venezia che consiglieremmo è “Qui rido io” di Mario Martone, perfetto esempio di cinema d’autore, confezionato a regola d’arte, masticabile però anche dal grande pubblico: è la storia di Eduardo Scarpetta, il celebre drammaturgo che fu padre dei fratelli De Filippo. In una perfetta ricostruzione della Napoli dei primi del Novecento, tra scenografie e costumi da lustrarsi gli occhi, Martone racconta la complicata vicenda familiare di un uomo amorale e autoritario insieme anche al suo talento artistico, messo in crisi da una denuncia di D’Annunzio, che gli fece causa per la farsa in cui Scarpetta parodiava “La figlia di Iorio”. Interpretato benissimo (a volte fin troppo, col rischio di gigioneggiare) da Toni Servillo, il film è un omaggio di Martone al teatro, alla libertà che ogni messinscena sul palcoscenico può offrire, al rapporto tra arte e vita, verità e finzione.

Se però dovessimo assegnare noi la Coppa Volpi, non avremmo esitazioni a farla vincere a Oscar Isaac, magnetico protagonista in “Il collezionista di carte”, il bel film di Paul Schrader prodotto da Martin Scorsese: un thriller esistenziale che, seguendo le vicende di un abile giocatore d’azzardo che campa spennando gli allocchi, rivela invece di che lacrime grondi e di che sangue la prigione americana di Abu Ghraib. Cinema secco, essenziale, durissimo, secondo la migliore tradizione di colui che scrisse “Taxi driver”. © RIPRODUZIONE RISERVATA