L’identità femminile in icone fotografiche che vedono l’artista autrice e attrice

La reggiana Annarita Mantovani e le sue metafore surreali: «Modelli di donna? Frustranti oggi come nel secolo scorso» 

REGGIO EMILIA. Il termine chiave lo troviamo nella biografia ed è “stregata” perché la reggiana Annarita Mantovani è stata letteralmente stregata giovanissima dalla fotografia e dalle possibilità di esplorazione del mondo che la fotografia offre. E quanto ha approfondito «l’identità collettiva insita nella condizione femminile» con una modalità quantomeno vulcanica, si rispecchia in una modalità personalissima, profonda, ironica. Da sempre mobilitata per proporre una nuova visione di via Roma, non si risparmia poiché è sempre partecipe, anzi è lei la protagonista.

Lo ha fatto senza limiti tanto che al quadro più celebre del mondo, la Gioconda, mette il suo volto. Massimo Mussini ha collegato la sua ricerca fotografica con il lavoro di Cindy Sherman: «Le connessioni sono innegabili, poiché l’oggetto e il soggetto del loro lavoro è il corpo inteso in maniera concettuale, vale a dire come campo d’azione attiva e non come icona passiva da riprodurre fotograficamente. Anziché fotografare il corpo altrui, infatti, entrambe utilizzano se stesse come protagoniste delle proprie fotografie, ma non si limitano a proporci autoritratti sulla scia della storia di questo genere figurativo. Lo fanno invece con la consapevolezza di compiere un’azione mistificatoria e nello stesso tempo ironica». Già nel 2011 si esprimeva in questi termini: ormai sono anni che percorre questa strada esprimendosi già compiutamente con il progetto “Sorelle d’Italia”: una sorta d’indagine sull’iconografia femminile del ‘900. «Le “Sorelle d’Italia” sono state per lungo tempo un universo invisibile, relegato in secondo piano rispetto ai “Fratelli d’Italia” – ci dice la Mantovani-. Il lavoro domestico era il naturale sbocco della vita femminile; anche quando le donne avevano un impiego fuori casa erano discriminate in termini di salario e non erano liberate dagli obblighi familiari. Ho tratto le foto da album di famiglia: sono modelli di femminilità quasi del tutto scomparsi e sono state accostate a quella che vuole essere una rappresentazione dell’equivalente moderno. Volutamente ho sottolineato come la vita moderna con i suoi ritmi frenetici, la celebrazione della “life in plastic it’s fantastic” e del mondo virtuale, rischi di proporre icone di donna altrettanto frustranti e riduttive rispetto a quelle del secolo scorso».


Nell’approfondire la condizione femminile, la sua ricerca negli anni si estende ad aspetti riguardanti la vita quotidiana, quando «si ricomincia da noi stessi» allegri, stressati, nevrotici, sospesi. «Ad esempio una ristrutturazione aziendale può cambiare il corso della nostra quotidianità. È un’esperienza personale che diventa universale in quest’epoca in cui il modello economico è in continua trasformazione e le modifiche organizzative e le fusioni tra società sono all’ordine del giorno. Sono cambiamenti che possono spaventare, per l’incertezza che portano con sé, e che spingono a guardarsi dentro e a interrogarsi su cosa ci riserva il futuro in un mondo dove la figura dell’uomo come persona viene sempre più messa da parte. Nel progetto “Pausa pranzo” (sguardi interiori) mi immaginandomi occupata in situazioni paradossali ai confini della realtà». Metafore surreali ispirate dai luoghi comuni ma anche dalla satira politica.

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