L a tribù delle matriarche di Marmoreto dentro la “Storia di una maestra d’Appennino”

Rosa Maria Manari ci parla della madre Armanda Fiorini ma non solo. Appuntamento stasera al Rossano Ranch a Bibbiano 

Giulia Bassi

BIBBIANO. Un viaggio per raccontare della sua famiglia: una vicenda come ce ne sono molte – ci raccomanda Rosa Maria Manari – tuttavia il racconto di sua madre Armanda Fiorini (93 anni a luglio) in “Storia di una maestra d’Appennino” (ed. Albatros) ci appare subito speciale, proprio per la modalità con cui ne parla, sottolineando ogni gesto, evidenziando le diverse atmosfere come se avessero una valenza sacrale. Rosa Maria con radicale convinzione va fino in fondo dando spessore ad ogni particolare.


Il libro viene presentano questa sera a Bibbiano al Rossano Ranch (ore 21) alla presenza dell’autrice che dialoga con Anna Bertolini e Deanna Margini. A seguire un concerto con Maria Maggiore (voce), Gianni Bolzoni (chitarra acustica), Vania Tronconi (chitarra e voce).

«Il racconto ruota attorno a mia madre che era maestra – spiega Rosa Maria –. Aveva cominciato a insegnare a 17 anni e fin da subito macinava chilometri con la sua valigia di cartone spostandosi tra Marmoreto, Nismozza, Casale e Busana. Fin da subito ha sedimentato l’idea che la scuola dovesse accogliere e quindi oltre alla materie teoriche insegnava per spiegarlo con un detto “come il merlo fa il nido”: sua volontà era di contestualizzarli nella loro terra… maestri preziosi sull’esempio di Alberto Manzi». Una maestra che scopre una modalità dì insegnare mirata alla valorizzare tutte le componenti umane, della persona nella sua totalità che percorre la sua strada all’interno dei valori tramandati da una famiglia numerosa con suo padre Amanzio detto “il fotografo dell’Appennino” e amicizie dai valori profondi e radicati quali Margherita e Maria Cervi.

«A Marmoreto la cifra femminile, che contraddistingueva la famiglia allargata, era importante: mamma, nonna, zie erano una specie di tribù, la tribù delle matriarche di Marmoreto. Una pattuglia che, proprio per il peso specifico del gruppo di sole donne esercitava una sorta di controllo, ma benevolo e delicato e fatto di buoni sentimenti». Ciò che traspare dal libro attraverso le vicende di questa famiglia d’Appennino Tosco-Emiliano è un’Italia piccola fatta di realtà di cui il nostro paese è ricchissimo; quella montagna diventa il luogo custode delle radici che legano e, al tempo stesso, fanno partire e nel quale l’oblio della “grande Storia” ha consentito di mantenere viva la memoria della terra. Fanno da corollario intensificando atmosfere e sentimenti l’emozione che ha guidato l’autrice a scrivere il libro: un personaggio forte, determinata quanto impregnata della medesima passione che coltivata svolgendo un lavoro assolutamente pertinente in quanto funzionario (ora in pensione) del consiglio regionale che si occupava di progetti di educazione alla cittadinanza coinvolgendo ogni anno diverse migliaia di ragazzi «su cosa significa essere cittadini». Inoltre è lei la custode dell’archivio immenso di volti, lasciato dal suo nonno fotografo e che ha raccolto nel suo Bad and breakfast Corte della Maddalena a Busana. «Io e mio fratello abbiamo avuto la fortuna di conoscere una nonna ultracentenaria che ci parlava anche di Garibaldi e dell’Unità di Italia». Il fratello è Danilo Manari noto cardiologo e medico dello sport. Anche lui interverrà alla presentazione del libro. «Ho visto le bozze di questo libro su nostra mamma durante il lockdown – ha detto Danilo Manari –. Le ho lette con grande piacere e devo dire che Rosa Maria è riuscita a rendere in modo profondo il senso di questo nostro passato bello, importante che ha raccontato tenendo presente le varie voci: non solo della mamma ma anche la nonna che si ricordava di quand’è morto Garibaldi». Tutto questo, tramandato e ripensato attraverso persone e testimonianze, costituisce una memoria viva che Rosa Maria continua e portare avanti e il libro contiene materiale preziosissimo». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA