La tragedia di Vermicino sul palco del Piccolo Orologio

Fabio Banfo questa sera porta in scena “Alfredino. L’Italia in fondo a un pozzo”  «Ho cercato di curare un poco il dolore con la poesia... e di riportarlo in vita» 

REGGIO EMILIA. Era l’Italia del 1981, anno dello scandalo della loggia massonica P2, dell’attentato a Papa Wojtyla, Pertini era presidente, nell’aria della tarda primavera si sentiva già il profumo di vacanza e l’incidente di Vermicino divenne suo malgrado un punto di non ritorno della storia italiana. La prima, casuale, diretta televisiva di un fatto di cronaca da parte dei Tg della Rai, un evento mediatico che doveva documentare una storia a lieto fine e che alla fine si è trasformato in uno shock collettivo nazionale, la nascita della cosiddetta “tv del dolore”.

Questa sera (ore 20.30) con “Alfredino. L’Italia in fondo a un pozzo”, Fabio Banfo, guidato dalla regia di Serena Piazza, spettacolo di Effetto Morgana, produzione Centro Teatrale MaMiMò, farà rivivere, sul palcoscenico del Teatro Piccolo Orologio, i personaggi coinvolti, loro malgrado, nella vicenda e racconterà l’anima di quell’Italia, con i suoi misteri, la sua ingenuità e innocenza.


I posti per assistere live allo spettacolo sono già esauriti ma è ancora possibile prenotarsi per vedere e ascoltare il racconto della storia di Alfredino nella modalità in streaming on demand già sperimentata con successo dal Centro Teatrale MaMiMò nei mesi scorsi.

Lo spettacolo è al contempo narrazione e rappresentazione, cronaca giornalistica e poesia. A quarant'anni esatti dalla tragedia, la vicenda ci appare come lo specchio dell'Italia degli anni '80 e al contempo il ricordo commosso di un bambino che tutti credevano che si sarebbe salvato. “Alfredino” racconta la tragica vicenda del piccolo Alfredo Rampi, precipitato il 10 giugno 1981 in un pozzo artesiano di 80 metri nelle campagne di Vermicino, e dei disperati tentativi di salvarlo nei tre giorni successivi. Una storia che ha sconvolto l'intero Paese con la prima diretta televisiva non stop a reti unificate a coprire un caso di cronaca, un evento mediatico che avrebbe dovuto documentare una storia a lieto fine e che alla fine si è trasformato in uno shock collettivo nazionale. «Sono nato nello stesso anno di Alfredino – racconta il protagonista Fabio Banfo –. Il 1975. L'anno della morte di Pier Paolo Pasolini. Il poeta con cui ho iniziato ad amare la poesia, l'impegno civile. Il poeta che ha cantato le periferie romane, le borgate, e che ha profetizzato pochi anni prima di Vermicino, il ruolo che avrebbe avuto la televisione nella dissoluzione della cultura popolare italiana. Ho cercato di trattare questa vicenda con la massima sensibilità, partendo dalla mia identificazione di bambino e dall'idea che se non fosse caduto in quel pozzo, Alfredino, avrebbe fatto un cammino parallelo al mio, ascoltando la stessa musica, vivendo le stesse esperienze. Ho cercato di curare un poco il dolore con la poesia. Di riportarlo in vita, attraverso di me, con me. Era tutto quello che potevo fare per lui».

Il il personaggio centrale è Alfredino, quel bambino perduto, come fosse l'anima dell'Italia, inghiottita dal buio, perduta per sempre, per sempre incastonata in un diamante, come il blocco di ghiaccio azotato in cui fu conservato il suo corpo, prima di recuperarlo dalla tenebra in cui è venuto a mancare a noi tutti. —

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