Orietta Berti racconta la sua infanzia “rossa” «Il 1° Maggio fazzoletto al collo e gnocco fritto»

La cantante ha presentato “Tra bandiere rosse e acquasantiere” ai Chiostri di San Pietro all’interno della rassegna di Librerie.Coop 

il racconto

«Mia mamma litigava con tutti. A volte avevo vergogna quando ero con lei. Perché parlava e poi si metteva a sgridare le persone e ci litigava». Orietta Berti aveva promesso che avrebbe raccontato aneddoti e storie della sua infanzia e ha mantenuto la parola.


L’occasione è stata la presentazione del suo libro “Tra bandiere rosse e acquasantiere” (Rizzoli), scritto a quattro mani con Luciano Manzotti, ai Chiostri di San Pietro, all’interno della rassegna “I libri con l’autore” organizzata da Librerie.Coop.

Presentando il libro, ha parlato ovviamente del paese in cui ha trascorso la sua adolescenza, Cavriago, «dove tutti sapevano se eri “rosso” o no». Lì sua mamma gestiva la Pesa Pubblica, lì la giovane Orietta andava a vedere i film con la nonna al Cinema Italia e giocava con gli altri bambini vicino alla Cremeria Emiliana.

Di racconto in racconto, Orietta Berti ha generato sorrisi e anche un po’ di nostalgia per quel clima “alla Peppone e Don Camillo” che ora si trova solo nei vecchi film di Cervi e Fernandel: «Mia mamma era fermamente comunista e pensava che il mio futuro, come quello della nostra famiglia, fosse all’interno del partito. Ma guardate – ha detto Orietta al suo pubblico – è bello credere così in un partito, come è bello avere fede. Perché in effetti è una fede anche la politica. In questo modo uno non si sente solo e sa che può chiedere sempre aiuto a qualcuno». Ha raccontato di quando andava alla Casa del Popolo di Cavriago a fare i compiti e di come questo luogo ha influito sulla sua vita: «C’era sempre un musicista che suonava la chitarra o il pianoforte, si cantava tanto e canticchiavo anche io – ha ricordato – Poi c’era una bellissima biblioteca, con tutti i libri russi – ha sottolineato tra le risate – tradotti in italiano. Lì ho imparato ad amare le poesie di Yevtushenko. Ho sempre sognato di poterlo incontrare, per dirgli che ero diventata una donna forte anche grazie alle sue parole. Una volta c’è stata un’occasione a Roma, Maurizio Costanzo mi aveva detto che me lo avrebbe fatto incontrare, poi all’ultimo c’è stato un imprevisto e non ci siamo riusciti. Mi è dispiaciuto molto».

La memoria l’ha poi portata all’impegnato aprile della madre: «Ogni anno, all’inizio del mese, riempiva la casa di pile di fogli rossi. Poi con la sua amica Bice facevano delle bandierine rosse, le incollavano a una cordicella, ma ne facevano metri e metri. Il 30 aprile il partito le veniva a prendere e il 1° Maggio le appendevano in tutta Cavriago. Era ancora proibito festeggiare il Primo Maggio quando io ero una bambina, ma il paese si colorava di rosso e tutte le finestre e i balconi appendevano qualcosa di rosso: una tovaglia, un copriletto ricamato». Il ricordo più bello? «Il camion che passava lentamente al mattino presto: era pieno di donne che friggevano il gnocco fritto e lo regalavano a tutti. Avevano tutte il fazzoletto rosso al collo». —



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