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Svelati trenta capolavori inediti realizzati da Luigi Ghirri nel "Crogiolo" di Marazzi ceramiche

Una delle fotografie di Luigi Ghirri scattate durante la collaborazione con Marazzi

Gli scatti dell’artista reggiano in un volume dedicato al periodo di collaborazione tra il 1975 e il 1985

REGGIO EMILIA. Un uovo alla coque. Una rosa color salmone. Un arcobaleno intagliato su un pezzetto di carta, sorretto dall’ombra allungata di una mano. Ma anche un disegno a pastelli, un cucchiaino, una palla variopinta che non aspetta altro che essere lanciata in alto da una risata di un bambino.

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Oggetti che non avrebbero niente in comune, se non fosse che a guardarli – e dunque a imprimerli nella memoria della storia e dell’arte – è stato Luigi Ghirri, il grande fotografo italiano nato a Scandiano nel 1943, scomparso nel 1969.

E c’è altro: dietro ognuno di quegli oggetti – frammenti di quotidianità pulsante – c’è una piastrella. La serie risale infatti al decennio 1975-1985, periodo nel quale Ghirri lavorò nella azienda ceramica Marazzi di Sassuolo.

Un ritratto di Luigi Ghirri

Le molte immagini create da Ghirri per Marazzi sono state conservate da allora nell’archivio aziendale: un corpus di foto e stampe in edizione limitata, per lo più mai esposte o pubblicate se non per il nucleo scelto per “Foto/Industria 2019, a cura di Francesco Zanot”, la Biennale dedicata alla fotografia della Fondazione Mast.

Un patrimonio consistente che oggi, grazie all’impegno di Marazzi e alla collaborazione con l’Archivio Eredi Luigi Ghirri, è al centro di un’importante operazione di valorizzazione. Primo passo è “Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985”, un volume non destinato alla vendita – e per questo ancora più prezioso – che raccoglie una selezione di 30 fotografie realizzate dall’artista nel corso dei dieci anni di sodalizio con l’azienda, accompagnate da testi dello scrittore Cosimo Bizzarri e del critico fotografico e curatore Francesco Zanot. Questa stessa selezione è presentata sul sito www.ghirri.marazzi.it, creato per rendere accessibile a tutti questo incredibile patrimonio: sarà progressivamente arricchito con apparati, testi, iniziative.

Una delle fotografie di Luigi Ghirri scattate durante la collaborazione con Marazzi

È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell’azienda, ma in realtà la conosce da sempre: quando ha appena tre anni, infatti, si trasferisce con la famiglia a pochi chilometri da Scandiano, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini inforca la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste è la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi. In questo territorio tra Reggio e Modena, dove il fotografo farà sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Ghirri incontra Marazzi per la prima volta.

Quando, anni dopo, inizia il sodalizio con l’imprenditore, l’artista si trova in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Non deve stupire il legame tra i due: Marazzi è un’azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Europa, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il “Crogiòlo”, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare.
In questo contesto la poetica sensibile di Luigi Ghirri dà vita ai “Portfolio Marazzi”, un progetto di ricerca in cui l’artista coinvolge anche John Batho, Cuchi White, Charles Traub, e dove la ceramica è letta come superficie e spazio mentale, possibilità infinita di composizione, luce e colore.

«La ceramica – scrive Ghirri a proposito del suo lavoro – ha una storia che si perde nella notte dei tempi. È sempre stata un “oggetto” su cui si vengono a posare altri oggetti: i mobili, i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi. Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l’aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l’idea dello spazio mentale di un momento, di una sovrapposizione che può prodursi o si produce, in una delle numerose stanze riscoperte grazie a queste superfici. Questo lavoro, al di là di altri significati, è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria».

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