Vasco Ascolini scrive le sue memorie e racconta 50 anni di grande fotografia

I suoi scatti in bianco e nero esposti a Parigi e a New York. «Attraverso la lente svelo ciò che solo a me è dato cogliere»

REGGIO EMILIA. Un viaggio nella memoria, personale e artistica, firmato da Vasco Ascolini, fotografo reggiano i cui scatti teatrali sono esposti al Metropolitan Museum, al Moma e al Guggenheim di New York.

«All’età di 82 anni, di cui oltre cinquanta dedicati alla fotografia, vorrei soffermarmi con il ricordo sul alcuni momenti del mio percorso in questa forma d’arte», spiega. Un’avventura lunga più di mezzo secolo, «attraverso una tra le più affascinanti discipline di arte grafica e della comunicazione visiva, dove l’obiettivo mi ha permesso di catturare immagini che solo l’occhio dell’animo sa vedere». Così inizia la narrazione della sua arte, narrazione che Vasco Ascolini ripone in un piccolo libro che, da qualche tempo, regala agli amici. Un regalo preziosissimo che rende felice chi lo riceve.


Ascolini procede con una sobrietà francescana e grande sincerità, narrando i punti salienti di una carriera che tra passione, fantasia creativa e controllo raffinatissimo della tecnica l’hanno portato ad essere tra i più grandi fotografi internazionali.

Il libretto si intitola “Fotografia”: solo nel retro c’è il suo nome e la scritta “Personaggi”. Anche in questo caso va all’essenza, ed è come se volesse sparire dietro l’obiettivo, confondersi tra realtà e fantasia. Nello spiegare in poche frasi i contenuti, arriva subito al dunque della sua arte di una vita ricca d’incontri in cui le amicizie hanno avuto, per il senso di umanità che le attraversa, un’importanza essenziale, vitale.

Poi semplicemente dice: «Mi è stato chiesto di cercare, attraverso la lente e l’obiettivo, di svelare ciò che solo a me è dato cogliere così». Ma qual è l’essenza inconfondibile della fotografia di Vasco Ascolini? «Fissare per sempre quel momento, quell’istante – risponde lui – in cui la luce abbraccia, avvolge, sfiora, accarezza, erompe e trasformandosi in quella mirabile sintesi di tutti i suoi colori, si fa nero. Per me, un nero pieno di Luce». Detto in modo diverso, dato che la fotografia è scrivere con la luce, Ascolini lo fa con pennellate di luce che escono dai neri: neri profondi che nascondono in parte il reale, e tuttavia proprio nella duplicità chiaroscurale svelano ancora più riflessi.

Inizia così, parlando del suo stile inconfondibile, il racconto del fotografo reggiano, che non dimentica di citare il suo maestro e conterraneo Stanislao Farri. Ascolini è l’unico, insieme a Cartier-Bresson, di cui abbia scritto il celebre storico dell’arte sir Ernest Hans Gombrich, le cui fotografie sono state definite “eccezionali” da Federico Zeri, che è Cavaliere delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese.

«Da qualche anno ho cominciato a mettere a posto i miei cassetti pieni di documentazione di foto, di corrispondenza raccolta nel periodo 1965-2020 – spiega – e ho deciso di condensare i momenti più significativi della mia vita artistica in questo libro». La particolarità è che tra le pagine non c’è nessuna sua fotografia, ma in copertina c’è quella iconica del 1981 relativa al Shochiku Kabuki, Shunhan, Karozuca assolutamente emblematica dell’unicità di un stile che prende le mosse dalla magia del teatro. Per anni Ascolini è stato il fotografo del Teatro Municipale Valli, contesto nel quale ha perfezionato quello stile inconfondibile. A questo proposito ricreava completamente gli eventi scenici; e sono proprio le fotografie di uno spettacolo quello di Lindsay Kemp del 1979 a essere definite dallo storico Helmut Gernsheim: “Superbly expressionist”. I toni estremi del bianco e nero, d’altra parte, sono quelli che accompagnano le nostre visioni teatrali, che è come dire: il nero e tutti gli altri colori che riconduce al bianco (alla luce pura), per un gioco illusorio che si è espresso in modo superbo anche con il grande Marcel Marceau.

Il suo anno indimenticabile, scrive, è stato il 2000 quando è stato nominato Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres de la Republique Française. «Sono nato in Italia – spiega Ascolini – ma ho anche altre due patrie, gli Stati Uniti e la Francia, che mi hanno accolto come un figlio, un figlio amato. Mi hanno ospitato nei loro musei più prestigiosi, hanno esposto le mie fotografie al Lincoln Center e al Louvre, mi hanno insignito di ambiti riconoscimenti, mi hanno fatto crescere e maturare professionalmente e – aggiunge – non mi hanno fatto mendicare in Italia». Il bianco e nero del suo stile d’artista si riflette nella schiettezza della sua persona, rimasta uguale con il passare del tempo; niente l’ha scalfita, anche per questo resta una grande maestro. —

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