Il “Canto degli sciagurati” di Massimo Zamboni: «È la disperazione che impone di insorgere»

Uscito il videoclip diretto dal reggiano Piergiorgio Casotti che anticipa il nuovo album “La mia patria attuale” 

REGGIO EMILIA. Arrivano gli sciagurati, pronti a cantare il cammino verso “La mia patria attuale”, il nuovo disco di Massimo Zamboni in uscita nel prossimo autunno. Pochi giorni fa è stato presentato il videoclip del “Canto degli sciagurati”, il primo singolo dell’album che il chitarrista, cantante e scrittore ex Cccp e Csi sta ultimando in questo periodo.

Il video, diretto dal fotografo e regista reggiano Piergiorgio Casotti, che con Zamboni ha curato un recente progetto sulla Mongolia, ha un sapore decisamente nostrano. È stato girato in un luogo di grande suggestione, una cava abbandonata a Baiso, nella zona dei calanchi, un tempo chiamata la “Rovina”, e come comparse compaiono i figuranti in costume dell’Associazione Napoleonica d’Italia, spesso attiva nella provincia reggiana. La produzione musicale dell’intero disco è affida a Alessandro “Asso” Stefana, che nella canzone suona il basso. Stefana è uno dei chitarristi europei più ricercati, ha lavorato anche con una stella assoluta come PJ Harvey e da anni è a fianco di un altro musicista reggiano, Vinicio Capossela, buon amico di Zamboni. La parte ritmica è affidata ad altri due volti noti, i percussionisti Gigi Cavalli Cocchi e Simone Beneventi, e il “Coro degli sciagurati” che affianca la voce principale raccoglie proprio Cavalli Cocchi, Beneventi, il chitarrista Erik Montanari e Michele Belli.


Filmato e brano ricercano una certa epicità, puntando sul bianco e nero visivo e sulla desolazione regalata dalla cava nelle colline di Baiso, fra natura intoccata da decenni e residui industriale di un tempo in cui la montagna era, molto più di oggi, luogo di lavoro e di risorse.

Qui, in uno scenario che a tratti omaggia il western, si muovono attori e musicisti impegnati in una scena di violenza e repressione in cui i “cattivi” portano le divise dell’esercito napoleonico, quell’esercito che a Reggio “portò” una parziale indipendenza, la Repubblica Cisalpina e l’ispirazione per il primo tricolore.

Un altro tributo, tangibile, è all’antica meraviglia pasoliniana di “Uccellacci e uccellini”. «Nella mia testa – ha spiegato Casotti – c’erano le atmosfere dei film di Tarkovskij che assieme al testo di Massimo mi hanno guidato in questo lavoro, pensato più come un cortometraggio che come un video musicale». «“Canto degli sciagurati” – riflette Zamboni presentando il singolo – racconta una storia eterna. Una storia che percorre i secoli, che sempre si ripresenta e sempre pare concludersi in chiave tragica: quelle delle mille rivolte del passato e del futuro, eternamente stroncate sul nascere. Chiama alla necessità di prendere su di sé la responsabilità degli accadimenti, di non rinchiudersi in un guscio confortevole, ma di accettare che la memoria ci penetri e ci conduca. Sta a noi la scelta - ancora una volta: la responsabilità - sul come farlo».

Una scelta e una responsabilità che quasi inesorabilmente portano gli sciagurati a reagire, a ribellarsi, pur consapevoli di muoversi secondo un copione fatale, ma inevitabile. «Gli sciagurati devono insorgere, perché la disperazione impone di continuare. Si stagliano su una cresta fangosa e guardano la piana sottostante, con aria di sfida. Uno sbuffo di fumo da pipe di gesso segnala che là sotto, proprio in faccia a loro, alcuni soldati li aspettano».

Tutto è deciso: «Senza fretta, senza concitazione, ognuno sa come andrà a finire. Una rullata di tamburi, il tempo di caricare il moschetto. Lo sparo. Gli spari. È finita. Per i soldati, un’altra giornata lavorativa si avvia alla conclusione, e tutto sembra terminare». —

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