Il romanzo-epistolario che abbatte le distanze (non solo quelle imposte dal Covid)

Rogolino: «Un ping pong contro il muro». Macchi: «Ho provato la febbre creativa». È uscito per Corsiero il romanzo-epistolario “Medida” scritto a quattro mani tra Reggio Emilia e Torino 

REGGIO EMILIA. Metti un romanzo-epistolario scritto a quattro mani e a distanza. Lui a Reggio Emilia, lei a Torino. Alleati un alto tasso di complicità, smartphone sempre sul pezzo e una passione che è già dipendenza. Lui è Marco Macchi, lei è Valeria Rogolino. Metti un’intervista a due voci.

Innanzitutto, il libro nasce come un gioco o avevate già un progetto?


Valeria. «In una notte di mezza estate, al telefono. Non sono così sicura di ricordare né l’immagine galeotta né il proprietario del passato da cui l’immagine scaturiva. Ma ho ben impressa la voce di Marco che, dopo una pausa silenziosa, lancia nel vuoto fertile della distanza una domanda-affermazione: “Sai che ci potremmo scrivere un libro su questa storia?”. La mia riposta: facciamolo. In fondo aspettavo il mio etairos greco da anni. Un compagno di strada per scrivere e pubblicare. Abbandonando quel velo di protezione che per troppi anni ha impedito ai miei scritti di affacciarsi al panorama letterario. Nonostante la relazione con Marco sia spesso ossigenata da dinamiche ludiche, non mi sento di dire che Medida sia iniziato come un gioco. Ho sempre preso seriamente la scrittura».

Marco. «L’ho vissuto come un “gioco serio” del tipo: divertiamoci, ma con un progetto. Il confine fra il ludico e il serio non è sempre netto, nella mia esperienza. Sono due mondi che comunicano con fluidità».

Romanzo o epistolario?

V. «Romanzo epistolare, o diario parallelo. Un ping pong contro il muro. Solo il lettore ha il privilegio di vivere in sincrono emozioni che Miriam e Lele fermano tra le note dei rispettivi smartphone».

M. «Direi romanzo, perché le “epistole” che compongono i singoli capitoli in realtà non vengono mai recapitate».

Come vi siete conosciuti? Perché vi conoscete vero?

V. «Ci conosciamo eccome! Non avrei mai potuto iniziare un viaggio com’è stato quello della stesura di Medida, oltretutto a distanza, Torino-Reggio Emilia, se non con una persona che da cinque anni mi supporta e sopporta, in un girotondo di confidenze, temi esistenziali che analizziamo al microscopio e montagne russe di risate e malumori spartiti».

M. «Veniamo entrambi dall’ambiente della gestalt torinese, abbiamo frequentato la stessa scuola di counseling e ci siamo incrociati in una decina di gruppi di formazione, innamorandoci platonicamente in modo irreversibile».

Quanto questo epistolario si nutre del mondo dei social. Sarebbe stato possibile trent’anni fa?

V. «Non sono una fan dei social. Come molti lo vivo come un bisogno indotto e lo tengo a distanza dal mondo reale. Trent’anni fa? Sì. In fondo entrambi i protagonisti avrebbero potuto avere un piccolo quaderno nero, una penna e inchiostrare pagine di carta, tra scarabocchi e cancellature che servono ad arrestare la lucidità del pensiero per concedersi il tempo dell’emozione».

M. «Il linguaggio è figlio dei tempi. Trent’anni fa forse questa formula sarebbe stata possibile, ma con declinazioni diverse. I social sono un’opportunità e al tempo stesso un limite terribile perché appiattiscono i contenuti e ammazzano l’approfondimento».

Nel vostro caso la scrittura femminile e quella maschile hanno caratteristiche proprie e riconoscibili?

V. «Penso di sì. Ma credo che la percezione sia soggettiva, al di là di quelli che possono essere gli stereotipi della psicologia femminile e maschile».

M. «Questo è un punto controverso, perché in diverse occasioni ci siamo detti che il nostro stile di scrittura è simile, ma i due personaggi parlano con voci riconoscibili e hanno tratti abbastanza netti».

Non vi siete mai trovati nella situazione di non sapere come andare avanti?

V. «Direi il contrario. Ci siamo spesso trovati di fronte a più panorami e alla difficoltà di scegliere su quale skyline far scivolare la trama. Siamo stati più in contatto con l’abbondanza che con la penuria».

M. «Ci siamo trovati a scegliere fra sbocchi narrativi diversi. Di questi snodi ne abbiamo incontrati almeno tre o quattro durante la stesura».

Vi siete censurati?

V. «No, anzi. Ci siamo sostenuti a legittimarci azioni e reazioni che forse non sempre ci siamo permessi di compiere. Mi è sempre piaciuto definirli i “ricordi ancora da vivere”. Incastonati in un passato letterario. In fondo è questo il privilegio dello scrittore: la libertà di vivere più vite all’interno di quella che stiamo esperendo».

M. «Mai. In generale ci siamo incoraggiati».

Durante la stesura quale sentimento prevaleva?

V. «Curiosità e meraviglia. Scrivere è un viaggio. Attraversare paesaggi remoti. Incontrare sguardi sconosciuti. Percorrere la solitudine del viandante. E desiderare la ricerca».

M. «Divertimento, ma anche una febbre, un vortice di crescente coinvolgimento».

Ora che il libro è uscito, come vi sentite?

V. «Soddisfatta. E questo al di là delle critiche, finora positive. Mi manca incontrare dal vivo lo sguardo di Marco per comunicarci in silenzio la gioia della genitorialità. Ma come tutti, stiamo aspettando l’arrivo di quel colore Pantone che segni la fine di questo periodo scuro. E stiamo scrivendo. Abbiamo iniziato a farlo appena conclusa Medida. Il sodalizio è nato. E ce ne stiamo prendendo cura ogni giorno».

M. «Sono soddisfattissimo e stiamo già lavorando al secondo romanzo. Questo gioco dà dipendenza e per nulla al mondo rinuncerei a quella febbre creativa che ci prende quando iniziamo a plasmare qualcosa di nuovo». —

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