«La mia poesia cerca la musicalità del verso per evocare la disillusione dei sentimenti»

Riccardo Maria Sassatelli

Riccardo Maria Sassatelli, 23 anni, ha pubblicato la sua prima raccolta per Aletti, prefazione di Alfredo Rapetti Mogol 

ALBINEA. Riccardo Maria Sassatelli è un poeta. Sì, un giovane e interessante poeta. Classe 1997, di Albinea, iscritto all’ultimo anno di Giurisprudenza a Unimore, ha pubblicato con Aletti editore la sua prima silloge poetica, dal titolo “Poesie”, con prefazione di Alfredo Rapetti Mogol. Con le radici ben piantate in quell’Emilia che – come racconta – ama troppo per lasciare, viaggia grazie ai versi dei grandi e passionali poeti russi, da Fjodor Tjutchev e Aleksander Blok fino a Sergej Esenin, senza però tralasciare Prévert, Rilke e infine Sereni, “incontrato” grazie a un regalo dell’artista reggiano d’adozione recentemente scomparso Franco Bonetti.

Un ricco mosaico culturale che alimenta un immaginario poetico evocativo, abbondante di echi e riflessivo.


Partiamo dal titolo della sua raccolta, “Poesie”: perché questa scelta apparentemente neutra?

«È proprio così che voleva essere, neutra appunto. Spesso, per non dire sempre, il titolo comunica l’idea entro cui si svolge l’opera, sia essa poetica o no. Io, invece, volevo che la lettura della mia silloge fosse qualcosa di intimo e personale, per permettere a chiunque di immedesimarsi. “Poesie” era perfetto».

Come è arrivata l’occasione di pubblicare con Aletti?

«Avevo partecipato a un loro concorso di poesia che annualmente propongono, il “Tiburtino”, arrivando in finale. I versi con cui ho partecipato erano quelli di “Visione del malato”, che ora è la poesia posta in chiusura della raccolta. È stata così apprezzata che mi hanno chiesto di ampliare il lavoro e costruirci intorno una silloge».

Quindi non aveva già in mente una pianificazione di quella che sarebbe stata la sua pubblicazione.

«È stato un percorso lungo un anno, un anno in cui ho lavorato a schema libero per capire quali composizioni meglio si inserivano in una raccolta. Poi però, strada facendo, il filo rosso si è delineato nella prospettiva di un racconto sulla malinconica disillusione che cosparge tutti i sentimenti umani. Questa è la chiave di lettura che personalmente ho voluto dare all’opera. E in questo senso si capisce la scansione della raccolta in tre sezioni: Terra, ossia le relazioni personali, i sentimenti, le emozioni; Cielo ossia l’opposto di Terra; Terra e Cielo, invece, in ottica del tutto personale».

Ma allora in che modo Terra e Cielo possono, se possono, collimare?

«Questo è interessante. Come già dicevo è un resoconto in versi di esperienze personali, che vanno con “A mio Nonno” (un pensiero ai cari defunti), fino a “Al Mentore” (rivolto a Fabrizio De André), passando per “All’Amore perso” che canta di alcune importanti delusioni sentimentali. Ecco, in queste difficoltà, in questa negatività, possiamo scovare una certa positività, laddove il soccorso non ci è dato solo dal Cielo, ma spesso anche dalla Terra, ossia da ciò che il vivere e l’uomo ci insegnano per resistere. La dicotomia può dirsi così risolta».

E in merito a queste delusioni, in una poesia contenuta nella sezione Terra, “Le Dipendenze”, lei dice che «non si può dipendere dalla felicità / perché si scioglie al sole / Come neve di marzo». Non esiste una felicità imperitura?

«Credo di no, una felicità duratura è impossibile, forse si dovrebbe ricercare la tranquillità. Quella sì che è raggiungibile in questa vita. Ma felicità fa rima con caducità. E questo si collega bene al Qoelet, un libro che oggi andrebbe riletto con grande necessità. È un libro triste che ci insegna a rimanere delusi senza patire».

Immagino stia già guardando al futuro...

«Quando scrivi poi per un po’ ti senti vuoto. Ora non ho ispirazione, ma certo che mi piacerebbe pubblicare altro, magari pure in prosa. Ma per quella debbo ancora studiare e leggere molti romanzi».

Benedetto Croce, poi ripreso da De André, ricorda come fino a 18 anni tutti scrivono poesie, mentre dopo i 18 continuano i poeti, appunto, e i cretini. Come si fa ad evitare di entrare nella seconda categoria?

«Cretino si spera sempre di no (ride, ndr). Per il momento, però, non ho ricevuto ancora critiche, sarà perché la poesia è un prodotto di nicchia. Siamo in un periodo arduo per la letteratura in generale e quindi proporre qualcosa è sempre un rischio. Bisogna prima studiare molto, sia da chi ha già scritto, sia osservando le vite ordinarie che ci circondano. E poi ogni poeta imbocca la sua strada; per esempio la mia è portata a ricercare la musicalità del verso, senza che sia mai un esercizio di stile».

Oggi abbiamo bisogno di poesia?

«Per rispondere cito alcuni versi tratti da “Non ho bisogno” di denaro di Alda Merini: «Ho bisogno di poesia, / questa magia che brucia le pesantezza delle parole, / che risveglia le emozioni e dà colori nuovi». Sono i poeti, gli scrittori e gli intellettuali tutti che devono portare avanti le idee, i valori. Oggi è arduo, ma bisogna farlo». —

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