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La preziosa “lumachina” di Antonio Ligabue a passo lento, dopo sessant’anni, torna a casa

Si tratta di un olio di piccole dimensioni, dalla pennellata espressionistica, firmata dall’artista in giallo e a caratteri gotici 

GUALTIERI. A passo lento, proprio come la lumachina ritratta, ha fatto – all’incirca dopo sessant’anni – il suo inaspettato ritorno nella Bassa un’opera ad olio di piccole dimensioni (10x10 centimetri) del pittore Antonio Ligabue.

Un quadretto inedito, dalla pennellata espressionista, studiato dall’artista probabilmente dal vivo, con dentro di sè l’istintiva passione dell’entomologo. Si tratta di una tavoletta di faesite, sui cui Toni ha descritto minuziosamente una piccola lumaca nell’erba. Siamo nel terzo periodo (1953-62) della produzione di Ligabue, in cui la sua creatività sprigionò innegabili qualità: padronanza della tecnica, utilizzo efficace del colore, l’estrema sintesi realistica con cui immortala il soggetto. Sono gli anni in cui Ligabue comincia ad essere veramente apprezzato e all’interno della sua produzione ricorrono anche opere di formato miniaturistico, dipinte di getto. Nel caso della “lumachina” si tratterebbe di un quadretto che da Gualtieri è poi transitato nel collezionismo veneto e lombardo senza mai apparire però in alcuna mostra, per ritornare di recente da dove tutto è partito. Oltre ad essere inedita, l’opera ha la particolarità della firma (a caratteri gotici) in giallo, presente in pochi altri dipinti ufficialmente catalogati.

«Forse con un termine un po’ estremo – spiega Margherita Fontanesi, critica d’arte e gallerista – sono solita definire Ligabue un “anti-specista”, in quanto per lui non esistono razze superiori o inferiori: i protagonisti dei suoi dipinti, uomini, cavalli da tiro, volpi, galli, cani, chiocciole sono tutti uguali, tutti sullo stesso piano. Ligabue si incanta di fronte a insetti, fili d’erba, animali da cortile, belve feroci, con lo stesso stupore ammirato di chi è immerso completamente nella natura e non ha ricevuto un’educazione tradizionale. Pochi altri artisti riescono a farci vedere il mondo con questi occhi e questo è un valore senza prezzo».

La lumachina, attorniata dal verde del suo habitat, occupa quasi totalmente il primo piano di questa tavoletta dalle dimensioni miniaturistiche: pennellate materiche per una piccola narrazione eseguita presumibilmente in modo veloce da Toni, in quegli anni sempre più sicuro di sè e pressato dagli acquirenti. «Ligabue quando doveva dipingere un quadro – raccontava l’amico pittore Andrea Mozzali – se lo figurava già finito nella sua testa. Non faceva nessun disegno, ma il quadro dipinto ad olio lo cominciava da un particolare, generalmente dalla testa dell’animale che lui voleva riprodurre. Finita la testa perfettamente, non aveva bisogno di ritocchi. Poi continuava col corpo, con le zampe ecc. Dipingeva con maestria e prodigiosa sicurezza accompagnato sovente da un sommesso brontolio, accentuato ogni tanto da interrogazioni ironiche o da risposte secche che lanciava all’indirizzo del tirchio committente del quadro che lui si figurava avere davanti in persona...».

I quadri di piccole dimensioni del terzo periodo artistitico vengono datati dagli esperti per lo più dalla metà in poi degli anni Cinquanta fino ai primi anni Sessanta (nel 1962 l’emiparesi metterà tristemente fine alla sua creatività). Ritraggono per lo più insetti (ma anche salamandre, rondini ed ora la novità di una piccola lumaca) che in quegli spazi ridotti giganteggiano, grazie all’uso di colori incisivi, attrattivi.

«Non vedo sguardi distaccati di fronte ai quadri di Ligabue – rimarca Margherita Fontanesi – e quando gli occhi di qualcuno si fermano sulle sue opere si illuminano di uno stupore speciale, di una scintilla nella quale ho sempre visto un istante di riconoscimento, come se il pubblico, in quei dipinti, vedesse per la prima volta qualcosa di stupefacente. Ligabue raffigura la natura e il regno animale senza filtri, scevri di sovrastrutture sociali e intellettuali, dialogando in modo diretto con l’istinto animale. Ecco cos’è la scintilla che vedo negli occhi del pubblico – conclude – il riconoscimento del proprio lato istintivo più ancestrale». —

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