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«La magia della camera oscura mi ha conquistato a prima vista»

Cesare Di Liborio ha abbracciato da subito la fotografia analogica: «Si riflette nel mio modo di vivere» 

Giulia Bassi

REGGIO EMILIA. «Faccio fotografia perché nel 1983 ho conosciuto Renato Onano che era stato fotografo sugli aerei durante la seconda guerra mondiale. Mi disse che esisteva al mondo una “cosa” che si chiamava fotografia. Mi fece vedere, cosa succedeva ad un foglio impressionato dalla luce quando veniva immerso nello sviluppo: magia! Non ho mai più smesso. Nel 1992 ho invece incontrato Vasco Ascolini, al quale devo tutto quello che è il mio percorso professionale». A raccontare è Cesare Di Liborio, un maestro vero di fotografia, per il suo percorso artistico, ma anche per quello che può raccontare della sua arte o insegnare ad eventuale giovani che intendono percorrere sul serio quella strada.


Ad oggi sue fotografie sono conservate in istituzioni italiane e straniere quali la Bibliothèque Nationale de France a Parigi, il Musée de la Photographie, Charleroi (Belgio), il Paul Getty Museum di Los Angeles, il Victoria&Albert Museum di Londra, il Fondo Malerba per la Fotografia di Milano.

La giornata tipo

La giornata di Cesare Di Liborio è divisa in due: la mattina svolge la professione di impiegato e il pomeriggio lo dedica alla sua arte che sente come passione viscerale ma anche come tecnica da perfezionare e sperimentare. Per questo, con assoluta convinzione, ha abbracciato la fotografia analogica e per lo più in bianco e nero e tra gli apparecchi ha una copia di quelle enormi a soffietto.

Scelta di vita

«L’analogico – spiega Di Liborio – è un approccio più meditato e si riflette nel mio mondo di vivere, lentamente, per non perdere nulla di quanto mi viene offerto ogni giorno; è una scelta di vita dettata da alcuni aspetti irrinunciabili come il senso della magia di quando inizia lo sviluppo, infilando il primo foglio carta bianca e comincia ad apparire l’immagine: ogni volta a parlarne mi emoziono. Ho scelto di vivere in modo analogico, perché in camera oscura si crea un momento unico in quanto si concentra l’emozione dell’attesa».

Questo modo di “sentire” la fotografia ha segnato il suo cammino fin dall’inizio, da quando nel 2000 viene invitato da Michèle Moutashar a esporre il suo lavoro dal titolo “Les colonnes d’Hercules” al Musée Reattu, in concomitanza dei “XXXI Rencontres Internationales de la Photographie” di Arles, il più importante festival al mondo di fotografia.

A supporto delle immagini scrisse un testo il celebre storico Jacques Le Goff. Già da allora Di Liborio aveva iniziato a lavorare per progetti, cercando di esprimere con le fotografie quello che sentiva».

I progetti

In seguito, ha dato vita ad altri progetti con il limite come filo conduttore, ad esempio: “Appena prima di…”, le cui immagini ritraggono una serie di vegetali e frutti che, lasciati appassire sulla pianta, vengono fotografati un attimo appena prima di cadere.

Oltre ai suoi personali e originali progetti, tra i diversi incarichi ricevuti negli anni, ha realizzato per MaxMara il progetto “Via f.lli Cervi, 66 – MaxMara” per salvaguardare la memoria storica di quegli spazi abbandonati a seguito del trasferimento.

E ancora: i suoi scatti dedicati all’automobile “Pallas” furono portate ed esposte dalla Citroën, casa madre francese, alla Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea a Parigi nel 2005.

Il controllo dello sviluppo attraverso una raffinatissima tecnica di manipolazione sta portando Di Liborio alla creazione di opere uniche e questo si rispecchia nel progetto “Ade” ovvero la rappresentazione dell’aldilà: demoni, angeli e madonne che si raggiungono attraversando il fiume di Caronte, mentre quello che s’intitola “Wandering souls” è la rappresentazione davvero molto suggestiva di un insieme di anime erranti.

Nuove icone

Gli ultimi progetti, “Icons” e “WonderWomen” (recensiti recentemente dalla prestigiosa rivista “Foto Cult”) sono caratterizzati dal trattamento detto “mordançage” (il distacco della gelatina dal supporto per utilizzarla sull’immagine come fosse un velo) capace di fare sì che l’immagine, riproduzione del reale, entri in una condizione irreale.

Nelle “Icons”, una delle quali è stata finalista al premio Combat a Livorno, Di Liborio utilizza anche la foglia d’oro per far assumere all’immagine l’aspetto dell’icona tradizionale; fino ad oggi ha sviluppato sei progetti “Icons” ognuno dei quali è composto da nove immagini.

«Le ho pensate perché oggi non riusciamo più a vedere la bellezza delle piccole cose, semplici e comuni». —

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