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«Così dono nuova vita alle immagini salvandole dall’abbandono e dall’oblio»

L’artista Francesca Artoni porta avanti una ricerca personale e inedita: «I miei strumenti possono essere la ruggine come la clorofilla»  

REGGIO EMILIA. Un’ artista senza dubbio speciale, Francesca Artoni ma prima ancora, una donna d’eccezione che da anni ha intrapreso un cammino creativo nel campo delle fotografia oltre ad essere impegnata in prima linea nella protezione civile con il lavoro all’ospedale di Guastalla. «Porto avanti una ricerca personale, recuperando delle fotografie vecchie di persone che trovo nei mercatini di un passato che non è mio, ma che dopo tratto e diventano mie: le utilizzo con un altro linguaggio. Dò la vita a un ricordo dimenticato, così la manipolazione è diventato il mio modo di comunicare».

Recentemente la Artoni è arrivata in finale (ed è la seconda volta) alla XVII edizione di “Portfolio Italia” la rassegna fotografica itinerante di letture portfolio organizzata dalla Fiaf. «Sono stata selezionata alla tappa di Colorno entrando in finale. Ho portato il mio lavoro “Ruggine” che ripesca negli archivi della cronaca della guerra, dalla cronaca nera italiana per poi essere lavorata manualmente con della ruggine per simboleggiare l’odio che si è stratificato nella nostra memoria. Sono partita da un vecchio Atlante, segno di qualcosa che era, topografia di ciò che siamo stati e che continuiamo ad essere: una chiave inglese troppo piccola per bulloni troppo grandi».


In un altro lavoro, Francesca ha introdotto delle fotografie con delle foglie, dei vegetali: s’intitola “Fotosintesi” e ha usato anche la clorofilla liquida. «Ognuna di queste fotografie racconta una storia, ma la chimica che la teneva in vita si è asciugata come la linfa in una foglia secca. Dopo aver parzialmente decontestualizzato i soggetti, li ho restituiti al presente attraverso un intervento temporaneo e nuovamente esposto al naturale processo di deterioramento».

Questo percorso incentrato sulla fotografia senza l’atto della fotografia, per la Artoni trova una motivazione profonda nel fatto che alla base c’è una sovrabbondanza d’immagini e «mi sembra inutile aggiungere altro a quello che è già stato fatto, mentre trovo interessante questa forma di recupero. In questi anni raccolgo fotografie con un sentimento di tristezza e curiosità. Sono immagini di perfetti sconosciuti, momenti che a volte non hanno luogo e nemmeno data. Resti di tempo e di mondo che ricompongo e salvo dall’abbandono».

Oramai la creatività dell’Artoni ha destato vivo interesse per cui è inviata a incontri nei circoli e ad esporre in mostre che ha tenuto in diverse città italiane, da Napoli a Bergamo ad Ancona.

“Criogenia” invece è il progetto per cui ha utilizzato foto della sua famiglia e le ha congelate e poi fotografate. «Questa è la mia piccola glaciazione. Come fermo immagine della vita i colori rimangono intatti, le forme inalterate, il tempo si ferma. Raggiro un destino dettato dal trascorrere ingiusto dei giorni. Tutto è fermo nella sua vivida bellezza fino a quando arriverà il caldo a scioglierci rimarremo così».

Ammirevole il modo fantasioso ed energico al tempo stesso di coltivare la fotografia che lei include in un preciso e più vasto ideale comprensivo del modo di prendere la vita e di considerare i rapporti: come fosse “Il mondo di Francesca” in cui ci sta anche l’impegno in Protezione Civile.

«Tutto è cominciato dall’Aquila colpita nel 2009 dal tragico terremoto: vi andai come volontaria. Facevo la cuoca, mi occupavo di mille persone e preparavo loro la colazione, il pranzo e la cena. Là conobbi mio marito Lorenzo Bracci di Rimini: era il mio aiuto cuoco. Dopo anni da pendolari, ora viviamo insieme a Poviglio.

Sono tornata all’Aquila nel 2014 per fare fotografie: da quella volta e dopo avere frequentato un corso base di fotografia la passione non mi ha più lasciato. Per questo devo ringraziare immensamente il mio il gruppo: La Bottega Photografica di Boretto». —

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