“Eppure...”, è pronto il cartellone del Piccolo Teatro in Piazza

Sant'Ilario, il direttore artistico Daniele Castellari: «Che la notte passi... ma che passi mentre costruiamo l’alba» 

SANT'ILARIO. “Eppure…” è l’emblematico titolo della stagione 2020/2021 che l’associazione culturale “Teatro l’Attesa”, di cui Daniele Castellari è presidente e direttore artistico, porterà in scena al piccolo Teatro in Piazza a Sant’Ilario d’Enza. Proprio con Castellari, autore di un ennesimo “miracolo” considerando le difficoltà della ripartenza (anche) culturale, abbiamo parlato di un cartellone (dodici titoli tra cui un’anteprima nazionale) che non pare essere stato partorito in tempi a dir poco amletici.

Partiamo dal titolo della stagione. Perché “Eppure…”? Un segnale di speranza?


«Sì, un monito rassicurante. Si dice comunemente “il sole è tramontato, eppure domani sorge di nuovo”. Abbiamo vissuto momenti negativi, luttuosi, crisi economiche e paure, eppure sentiamo che trovarci a teatro non è uno sfizio da intellettuali e nemmeno una fuga dalla realtà. È pretendere il diritto di vivere una serata in compagnia dell’arte e della bellezza insieme ad altre persone con le quali eventualmente dialogare e confrontarsi»

Con quale spirito ha affrontato il confezionamento del cartellone? Al netto del contingentamento dei posti…

«Con la fastidiosa incertezza che siamo costretti ad abitare in questi tempi: siamo partiti tardi, ma con molta determinazione e soltanto quando come Teatro L’Attesa ci siamo resi conto che non dovevamo essere rassicurati, ma rassicurare: incoraggiare le compagnie teatrali, riavvicinare il nostro pubblico con un gesto di fiducia. Pensi che noi siamo un’associazione di volontari che da 10 anni costruisce un cartellone e laboratori di teatro che incontrano molto favore, ma godiamo di equilibri economici che può immaginare. Forse ci ha aiutato questa abitudine ad una serena precarietà».

Dodici i titoli in cartellone ognuno dei quali ha dietro di sé una storia importante. Scelte precise per veicolare emozioni e saperi, lacrime e sorrisi. Quali gli spettacoli di cui va più orgoglioso? E come è riuscito un piccolo teatro, di nome e di fatto, a mettere insieme un menù così accattivante?

«Teatro L’Attesa ha alcuni punti di forza che lo rendono gradito alle compagnie teatrali, soprattutto un’accoglienza empatica che fa sentire a casa chi arriva per lavorarci e uno spazio funzionale e ben attrezzato. Che ci siano grandi interpreti della scena nazionale (ce ne possiamo permettere pochi ovviamente) o giovani attori, difficilmente chi viene al Piccolo Teatro in Piazza si trova di fronte a un mero rapporto di lavoro. Crediamo che il teatro sia un sostanzioso incontro umano che dura da quando i nostri ospiti mettono piede in sala a quando li riaccompagniamo alla macchina o al treno.

Quest’anno salutiamo con piacere il ritorno di Giuliana Musso con “La fabbrica dei preti”, uno spettacolo ironico e profondo sui seminari preconciliari, che diventano l’icona di un preciso momento storico della vita italiana: storie raccolte dalla viva voce dei protagonisti, che l’attrice-narratrice con la sua verve umoristica offre come spunto molto serio per una riflessione sulle scelte di vita di ciascuno di noi.

E poi, mi lasci citare I Sacchi di sabbia, compagnia pisana metà toscana e metà napoletana: date le componenti, la risata è assicurata. Anche qui, una risata non dozzinale: nell’obiettivo c’è un testo della classicità, “I dialoghi degli dei” di Luciano, e in scena viene portata la scuola con le sue esilaranti bellezze e incongruenze. Come ci capita per vocazione, proponiamo due compagnie giovanili: Controcanto Collettivo e Progetto Rosso Marte. La prima, già vincitrice di premi e riconoscimenti, ci porta uno spettacolo drammatico e “tosto” sul conflitto fra vendetta e perdono, mentre la seconda presenta una propria anteprima che si preannuncia originale.

Per il secondo anno consecutivo il cartellone compie un’incursione nella danza contemporanea con un lavoro della coreografa Monica Casadei su Federico Fellini. Quanto alcartellone destinato a ragazzi e famiglie è da sempre un nostro pezzo forte. Nella stagione corrente offrirà un suggestivo Canto di Natale a cura della compagnia trentina I Teatri Soffiati/Finisterrae Teatri e un magico “Rosso Cappuccetto” del Teatro delle Briciole di Parma; e poi, circo, clownerie, musicisti acrobatici, delicati racconti scenici come Le Nid (Il nido)».

Nel pieghevole della stagione, a chiudere la scheda di ogni spettacolo viene indicato “il parere del medico”. Un po’ come nella mitica farmacia della “Città del lettore”... Il teatro come medicina, oggi più che mai?

«L’ha detto perfettamente. Una medicina semplice dagli effetti collaterali meravigliosi. Gli attori ci mettono corpo e parola, gli spettatori l’attenzione; e di qui può nascere molto per entrambi».

Non mancano i consueti laboratori oltre al teatro ragazzi… proprio come se niente fosse?

«L’ultima frase è quella che ci ha ripetuto uno dei nostri amici-sponsor che, sorpreso dalla riapertura del teatro, ci dice: “Ah, ci siete?” – e alla risposta affermativa, ribadisce: “Come se niente fosse?”. In realtà, il “niente” del virus e del rischio c’è, ma lo fronteggiamo con fiducia e nel caso del cartellone rivolto ai più piccoli, con l’aiuto competente dei nostri consulenti dell’associazione 5T. Ci conforta anche avere l’aiuto economico e l’incoraggiamento del Comune di Sant’Ilario, ma soprattutto la disponibilità di un meraviglioso spazio teatrale e la grande fiducia della Parrocchia, che scommette sul teatro come luogo privilegiato nel quale ospitare eventi che educano alla bellezza e alla familiarità. Quanto ai laboratori... non possiamo non farli. Siamo nati in una parrocchia che punta sull’oratorio e ci ha voluto molto bene don Vittorio Chiari, che tanti a Reggio ricordano: come non fare laboratori teatrali per bambini e ragazzi?».

Si parte venerdì 23 ottobre. Con quali aspettative?

«“Che la notte passi”, direbbe Eduardo. Ma che passi mentre noi costruiamo l’alba, altrimenti sarà solo una perdita di tempo. Per questo partiamo da “Saluti dalla Terra” del Teatro dell’Orsa, uno spettacolo sulla cura di noi, degli altri, dell’ambiente».

Quanto ha pesato il lockdown culturale a livello sociale?

«Ha pesato molto, non sempre negativamente. Qualcuno ha sentito un benefico senso di mancanza e di povertà, e questo è bene perché nei paesi ricchi si tende a dimenticare il valore del fare da sé, in quanto l’offerta è superiore alla domanda. Avere il desiderio di un giornale da leggere, di un film che doveva uscire e non è uscito a causa della pandemia; doversi arrangiare per cercare libri dimenticati e riscoprirli: vi sono stati effetti positivi. Ciò che però è risultato evidente a molti, è che il piacere di gustare l’arte o di rimuginare un bel pensiero, persino il contemplare un tramonto, a lungo andare soffre della impossibilità di un tu, di una comunità di tu, a cui comunicarlo». —