La fantascienza di un mondo distopico nel nuovo libro del reggiano Matt Briar

Intervista al geologo e scrittore, autore di “Terre rare” «Nel mio personaggio, Alan, possiamo rivederci tutti»

REGGIO EMILIA  S’intitola “Terre rare” l’ultimo romanzo del giovane autore reggiano Matt Briar. All’anagrafe Matteo Barbieri, è nato a Reggio Emilia nel 1985 e ha studiato geologia all’università di Modena. A coltivare la passione per la scrittura ha cominciato sin da piccolo. Dopo le prime pubblicazioni semi-amatoriali, nel 2014 esce “L’era della dissonanza”, con cui vince il premio Kipple. Quindi esce “Terre rare”, che arriva tra i finalisti per il premio Urania Mondadori, oltre che per Odissea e Short Kipple, tra i più importanti riconoscimenti di narrativa fantastica a livello nazionale. Il libro, edito da Watson nella collana “Andromeda”, è disponibile sia in formato cartaceo che digitale.


Racconta la storia di Alan Medas, un geologo che grazie alla scoperta di un’alga chiamata “Narciso” fa sparire nel mondo le disparità economiche in un’epoca di pacifismo globale. Quest’idillio si infrange quando Alan si rende conto di poter percepire gli stati emotivi delle persone. Per capire cosa sta accadendo va alla facoltà di scienze cerebrali, dove un gruppo di ricerca sta studiando il fenomeno.

Cosa sono le “terre rare” del titolo?

«Vengono definiti “terre rare” alcuni elementi chimici della tavola periodica, elementi che costituiscono dei minerali fondamentali per creare le nostre tecnologie. Poi c’è un significato allegorico: lo stesso protagonista finisce per diventare una “terra rara”, quando viene braccato per essere studiato».

Come le è venuta l’idea?

«Volevo scrivere la storia di un ragazzo di fronte a una scelta: è giusto tenersi egoisticamente stretto ciò che si è guadagnato a fatica o è meglio invece rinunciare alla propria felicità per un, forse presunto, bene comune? Un dilemma con radici filosofiche. In secondo luogo volevo raccontare un mondo che, una volta tanto, affronta un cambiamento in positivo. Anche se, procedendo nella narrazione, ti rendi conto che non è mai tutto oro quel che luccica...».

Prende spunto dalla realtà?

«Parla di un uomo comune che si trova ad affrontare problemi più grossi di lui. Proprio quando sta attraversando un momento di stabilità e di piccole felicità quotidiane, ecco che quest’equilibrio viene meno. Un personaggio in cui possiamo rivederci tutti quanti».

Di che genere possiamo quindi definirlo?

«È distopico, un genere che si definisce narrativa di speculazione, come le serie tv “Black mirror” e come il romanzo “La strada” di Cormac McCarthy. Una fantascienza che tratta tematiche umane e attuali. Alan vive in un mondo apparentemente perfetto che poi si rivela molto diverso da come sembrava. Un’utopia che diventa una distopia».

Un mondo perfetto non può esistere?

«Ovviamente no. Anzi forse ho dato una rappresentazione fin troppo rosea della realtà. Anche se non mi piace dare risposte, preferisco suscitare domande. E che a rispondere sia direttamente il lettore».

Cos’altro bolle in pentola?

«Ho un libro nel cassetto, un romanzo che è arrivato tra i finalisti del premio Odissea l’anno scorso. Per il resto, quest’inverno uscirà un mio racconto lungo per Delos, nella collana “Futuro Presente”. E continuo a raccogliere idee». —


 

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