«Così ho rivisitato il disco più amato di Battiato utilizzando pianoforte e quartetto d’archi»

Fabio Cinti presenta all’Altro Teatro di Cadelbosco Sopra il suo “Omaggio gentile”, vincitore della Targa Tenco

CASALGRANDE. Un omaggio, una sfida, una mossa coraggiosa. Li metterà in scena venerdì 15 marzo a L’Altro Teatro di Cadelbosco di Sopra il cantante e musicista laziale Fabio Cinti, impegnato nella sua rivisitazione per quartetto d’archi de “La voce del padrone”, il più celebre e amato disco di Franco Battiato. Uno dei grandi capolavori della musica italiana, efficacissimo oggi come nel 1981, un colosso difficile da affrontare che Cinti ha voluto rivisitare radicalmente, con un “Omaggio gentile” realizzato utilizzando solamente voce, pianoforte e un quartetto d’archi. Un’operazione non scontata né sicura, che sinora ha ottenuto grandi riscontri, suggellati dalla Targa Tenco 2018 nella categoria “Interprete di canzoni non proprie”.



Cinti, di tutti i dischi intoccabili, ha scelto proprio uno dei più inscalfibili?

«È un’idea che mi girava in testa da tanto, quando ne parlavo ricevevo sempre delle spinte a realizzarlo e alla fine ci sono arrivato, non è stato un lavoro facile».

E poi, ci sono canzoni come “Cuccurucucu”, “Bandiera bianca” e “Centro di gravità permanente”. Tutti le conoscono?

«L’album rimane davvero grandissimo, e perfetto, ascoltato anche oggi. Io ho cercato di riaffrontarlo e di riproporlo mantenendo quell’impatto ma usando altri strumenti espressivi. Non parlo di nuovi arrangiamenti ma di adattamenti, è un’altra cosa».

Faccenda non facile, peraltro.

«Il lavoro è stato molto lungo, il disco è pieno di incastri ritmici ed è pensato per una formazione pop-rock, noi abbiamo cercato di ricreare gli incastri e le dinamiche usando violino, viola e violoncello».

Altri colori per lo stesso quadro?

«Per certi versi sì, d’altronde quello è un capolavoro in cui ritmica, melodia e armonia si incastrano in maniera straordinaria, e lo stesso vale per la voce. Volevamo essere rispettosi di quel lavoro e allo stesso tempo adattarlo fedelmente con i nostri mezzi».

Contento del risultato?

«Non è stato facile perché abbiamo dovuto riadattare tutto il lavoro, ma alla fine sono molto soddisfatto di questi 31 minuti di musica».

Anche Battiato ha realizzato diversi dischi con quartetti d’archi. È partito anche da lì?

«Solo lateralmente. In un suo live Battiato usa anche il quartetto d’archi, ma ci sono pure gli altri strumenti. Il richiamo può essere ai suoi dischi della serie Fleurs, ma anche lì c’erano comunque altri suoni, il nostro è proprio un riadattamento completo».

Lei con Battiato ha collaborato in varie occasioni. Come ha accolto questo omaggio?

«In passato gli avevo parlato diverse volte di questa idea e mi aveva sempre incoraggiato ad andare avanti, a seguire la mia idea senza preoccuparmi. Adesso le sue condizioni di salute sono piuttosto fragili, Battiato è una persona molto riservata e non ho voluto disturbarlo direttamente. Ha ascoltato il disco, mi ha fatto sapere che ne era felice ma non ho voluto essere troppo invadente».

Il suo “Omaggio gentile” sinora è stato accolto molto bene. Dal vivo le cose come vanno?

«Anche nei concerti il pubblico si è mostrato molto rispettoso. È ovvio che la nostra è una formazione particolare, non proprio quella che ci si aspetta per un concerto rock, noi proponiamo l’intero album ed anche altri brani cercando sempre di rispettare lo spirito del progetto e del tour. Anche questa è una bella sfida». —