«La voce sopravviverà anche alle nuove tecnologie»

L'rtista Marco Baliani, la sera di martedì 12 febbbraiol protagonista a Scandiano

Scandiano, Marco Baliani in biblioteca con “Ogni volta che si racconta una storia”: «Contro certi disastri ambientali, invece, penso che servano altri metodi» 

SCANDIANO. «Il fascino della voce è infinitamente più forte della parola scritta, e resiste anche oggi. Quello che mi spaventa è il modo in cui stiamo trattando il mondo». È un grande artista Marco Baliani, la sera di martedì 12 febbbraiol protagonista a Scandiano della nuova tappa della rassegna “Connessioni educative”. Baliani sarà alle 21 alla biblioteca comunale per una serie di letture e riflessioni ispirate dal suo ultimo testo, “Ogni volta che si racconta una storia”.

L’ARGOMENTO. Il titolo svela l’argomento, la narrazione orale, parte integrante della storia umana ed oggi alle prese con l’ennesima rivoluzione e l’ennesimo confronto, quello con la comunicazione digitale. «Nel mio reading parto dall’oralità, giro attorno ad una forma umanissima di narrazione, il racconto orale, molto diverso da quello scritto, e parlerò anche della differenza di percezione fra mondo analogico e digitale».


Già. Questo confronto così totale. Lei ha paura?
«No, per alcuni è un disastro, per me semplicemente è una sfida nuova, incredibile, un cambiamento antropologico pazzesco per l’uomo, ma non il primo della storia dell’uomo».

Anche la prima volta che qualcuno ha creato un testo scritto, forse, i narratori orali si sono “spaventati”?
«Può essere. Quattromila anni fa i poeti itineranti erano terrorizzati dall’alfabeto. Poi è successa la stessa cosa con la stampa, e poi con la televisione, e ora col web».

È la nostra natura?
«Ogni volta che l’umanità si trova di fronte a un cambiamento c’è paura, ma ci sarà un cambiamento, non una cancellazione. L’umanità è prima di tutto fonte di comunicazione, credo che si continuerà ad interfacciarsi senza schermo anche in futuro».

Il digitale poi si richiama molto all’oralità. I video, i messaggini audio...
«Quelli sono esempi, ma penso anche al rap, dove conta prima di tutto il flusso. O al teatro che registra numeri in aumento. Verrebbe da pensare che il teatro è un percorso esaurito e invece funziona».

Perché?
«Perché c’è una grande calamita, la voglia di sentire storia. In fondo al nostro Dna c’è quello, siamo una comunità perché lo sciamano ci radunava e ci raccontava la storia della nostra tribù».

Anche le grandi opere del passato sono figlie dell’oralità, no?
«L’Odissea, il Gilgamesh, gli stessi Vangeli. Sono opere che sono nate millenni prima che qualcuno le mettesse per iscritto, e che ovviamente si sono modificate, sono cambiate, ma sono state amate tramite la voce. E d’altronde, il fascino della voce è infinitamente più potente degli altri mezzi».

Funziona sempre?
«L’impatto della voce è sempre enorme, e così sarà sempre, verrà sempre usata».

Sarà così forte da sopravvivere anche a questi cambi tecnologici?
«Sono possibilista per quanto riguarda il racconto orale. Ma noi stiamo consumando tutte le risorse del mondo, e questo è un altro discorso. Non so se la voce da sola ce la farà a superare il disastro che stiamo preparando, contro certi disastri ambientali non c’è voce che tenga, ci vogliono altri modi».

Non si rischia di perdere ciò che siamo stati, in queste trasformazioni inevitabili?
«Credo che terremo comunque botta, pensiamo a Fahrenheit 451: i libri bruciano, ma qualcuno ne mantiene la memoria». —