Pelle di biscia e altri antichi rimedi per allontare sfortuna e malanni

Sono raccolti nel libro "Pèla ed bésa" di Luciano Pantaleoni: un breviario per conoscere i costumi popolari e le loro origini 

REGGIO EMILIA. «Se la préma persouna che te vèd al prém dé ed l’an l’è na dòna, t’è sgnê: tút l’an l’è sfortunê».

È un detto antico, a cui si può credere oppure no, ma che costringe i reggiani, il primo giorno dell’anno, ad aprire la finestra speranzosi e voltare repentinamente il capo se la figura che si staglia all’orizzonte non è... un uomo.


A ricordarlo è Luciano Pantaleoni, autore del libro “Pèla ed bésa: credenze della cultura popolare emiliana” (Incontri editrice): un viaggio tra riti scaramantici, consigli, avvertenze e antiche pratiche per allontanare la sfortuna. Ogni paragrafo è accompagnato da un’illustrazione in bianco e nero di Giulio Taparelli.

Si va da ciò che porta fortuna (come la pelle di biscia) a ciò che invece va evitato per non incorrere in situazioni nefaste; e poi premonizioni, interpretazioni del futuro, malefici, riti propiziatori, cure infallibili, elisir e misture strabilianti. Per esempio: lo sapevate che il prurito al naso è sinonimo di cambiamento? E che bisogna distinguere tra il prurito alla mano destra e quello alla sinistra? Lo insegnano i proverbi “Spiûra al nês: rabia, púgn o bês” (cioè: Prurito al naso: rabbia, pugni o baci) e “Spiûra a la mân dréta, sôld da tirêr. Spiûra a la mân manseina sôld da dêr” (in italiano: Prurito alla mano destra, soldi da avere. Prurito alla mano sinistra, soldi da dare).

Attenti a dormire con i piedi verso la porta, perché quella è la posizione del morto già deposto nella cassa; e guai a formare una croce con le posate o durante le strette di mano: un inopportuno richiamo alla crocefissione di Cristo, punito con la sventura. Per la legge “I sògn j vân a l’arvêrsa”, invece, porta bene sognare la morte di qualcuno: “A sugnêr un ch’al mór, te ghe slúng la véta” (a sognare uno che muore gli allunghi la vita).

Anche un neonato bruttino può non essere la fine del mondo. La tradizione, infatti, ricorda che “Brút in fâsa, bèl in piâsa” (brutto in fascia, bello in piazza). E comunque – non senza ironia – “Quand j nâsen jin tút bé, quand j se spósen jin tút brêv, quand j móren jin tút sant” (quando nascono sono tutti belli, quando si sposano sono tutti bravi, quando muoiono sono tutti santi).

Nel libro sono raccolti anche suggerimenti per guarire dai malanni: dal mal di testa, ad esempio, si guariva mettendosi in testa le mutande del marito (“Per feres pasêr al mêl ed tèsta, bisògna mètres i mudant dal marî in cò”).

Il singhiozzo, invece, passa solo con un grande spavento. E se neanche la paura dovesse servire, significa che si sta ancora crescendo: “Sangiòt bendèt: tè câla che mè a crès” (Singhiozzo benedetto: tu diminuisci, che io cresco).

Lunghissimo l’elenco delle misture miracolose: la “S’ciúma dal vèin” che fa diventare furbi; la “Sviluppina”, polvere miracolosa in grado di guarire dalla scempiaggine; il “Lât ed galèina”, che solo i più ricchi e fortunati potevano “bere”; e infine la famosissima “Erba vòi”, che non cresce neanche nel giardino del re.

Per concludere, due consigli gastronomici. Pantaleoni ricorda come, fin dalla antichità, fosse conosciuto il potere antisettico dell’aglio, il cui succo era usato per proteggersi dalle infezioni. Lo dimostra il detto popolare “Chi mâgna l’âi a n’mór mâi”.

Altrettanto antica e radicata è la credenza secondo la quale il Parmigiano Reggiano sarebbe un potente afrodisiaco. “Mâgna dal furmâi – recita il proverbio – ch’a t’s’drésa al bagâi”. Ma questo non lo traduciamo... —