Fabio Troiano racconta Lampedusa «Opera politica ma anzitutto umana»

In scena stasera alle 21 al teatro Boiardo di Scandiano «Il pubblico interagisce, c’è un impatto forte. È una sfida»



«Uno spettacolo perennemente attuale, che ti porta a confrontarti direttamente con il pubblico». Questa sera Fabio Troiano sarà sul palco del cinema teatro Boiardo di Scandiano in compagnia di Donatella Finocchiaro per affrontare “Lampedusa” di Andres Lustgarten, uno spettacolo che fa parte del cartellone stagionale della struttura scandianese e allo stesso tempo segna la prima tappa dell’edizione 2019 del progetto “#Ioaccolgo”, una serie di eventi e iniziative promosse dall’assessorato al welfare e alla cultura per approfondire il tema dei fenomeni migratori e dell’accoglienza.


Il testo di Lustgarten, uno dei lavori più noti sull’arrivo di migranti nell’isola siciliana, racconta la vicenda di una ragazza sbarcata dall’Africa e di un giovane pescatore locale, costretto a un macabro cambio di professione, raccoglitore di corpi.

«E chi l’avrebbe mai detto che un pescatore si sarebbe dovuto trovare a fare un lavoro simile? Eppure lo dobbiamo raccontare», riflette Troiano.

E dovete raccontare qualcosa che sembra di perenne attualità, no?

«È così. La situazione non cambia mai davvero, l’emergenza esiste sempre e gli sbarchi ci sono sempre. Basta guardare un giornale, un sito, la televisione».

Ci sono sempre anche polemiche e discussioni, politiche e non solo. Difficile restarne fuori?

«Alcune cose che sento e che leggo in questi giorni sono assurde, penso all’ultima uscita del vicesindaco di Trieste».

Cosa prova, lei che su Lampedusa lavora ogni giorno, in pratica?

«Quello che mi chiedo sempre io è: ma se queste persone stessero bene a casa loro, si metterebbero in viaggio su dei barconi rischiando la vita? A me sembra tutto tanto semplice e chiaro, ma forse qualcuno non capisce. O non vuole farlo».

Interpretare questo testo significa confrontarsi sempre con l’attualità. È difficile astrarsi?

«Il testo rimane prima di tutto un racconto diretto, un dialogo in cui due persone si rivolgono al pubblico e si pensa a quello, alle emozioni, ma ovviamente siamo immersi in quello che succede ogni giorno».

“Lampedusa” è un’opera politica ma anche umana. O forse prima di tutto umana?

«È la narrazione di quello che è successo a due persone, due persone che si raccontano davanti al pubblico, è molto diretto, c’è un impatto frontale molto forte».

C’è pochissimo distacco col pubblico. Voi parlate loro in faccia, senza intermediazioni. Come attore, come si pone in un contesto simile?

«Nel gergo del teatro il pubblico è chiamato la quarta parete, quella che ci si trova di fronte e che si frappone. In questo testo, con questa regia, la quarta parete praticamente non esiste: in base alle nostre interpretazioni anche il pubblico reagisce, prova emozioni, si arrabbia e si commuove».

E “dialoga” con voi, per certi versi?

«In parte sì. La parete divisoria come ho detto non esiste più, e quindi c’è un impatto fisico, forte. È impegnativo, è una sfida».

Un lavoro come il vostro ha una forte componente socio-politica. Vi siete mai trovati di fronte a contestazioni?

«No, devo dire che è sempre andato tutto bene, chi viene a vedere uno spettacolo simile è già informato e documentato, e le reazioni sono sempre state buone». —