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Reggio Emilia rimette in gioco l’arte con la retrospettiva di Jean Dubuffet

A Palazzo Magnani dal 17 novembre. I curatori Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger: «Un’occasione per fermarsi e riflettere» 

REGGIO EMILIA. «La vera arte è sempre là ove non la si attende. Là ove nessuno pensa a lei, né pronuncia il suo nome. L’arte detesta d’essere riconosciuta e salutata con il suo nome».

Era il 1949, e Jean Dubuffet lo affermava in un testo dal titolo “L’Art Brut”. Il termine, da lui coniato, abbracciava gli artisti che, fin dal 1945, era andato a scovare negli ospedali psichiatrici della Svizzera, e che si ostinava a presentare al pubblico con inscalfibile caparbietà, nonostante l’ostilità dell ...

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REGGIO EMILIA. «La vera arte è sempre là ove non la si attende. Là ove nessuno pensa a lei, né pronuncia il suo nome. L’arte detesta d’essere riconosciuta e salutata con il suo nome».

Era il 1949, e Jean Dubuffet lo affermava in un testo dal titolo “L’Art Brut”. Il termine, da lui coniato, abbracciava gli artisti che, fin dal 1945, era andato a scovare negli ospedali psichiatrici della Svizzera, e che si ostinava a presentare al pubblico con inscalfibile caparbietà, nonostante l’ostilità della critica. «L’Art Brut – diceva – è come la cerbiatta, che quando la trovi fugge altrove». Tutt’altra cosa rispetto alla scimmia e al camaleonte, ovvero l’arte ufficiale, capaci soltanto di mimare e riprodurre pensieri, attitudini e intuizioni di altri.

I curatori Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger raccontano la mostra su Jean Dubuffet

Reggio Emilia, l'arte di Jean Dubuffet torna in Italia dopo trent'anni



A quell’altrove, inteso come luogo di libertà espressiva sciolto da categorie ed etichette, è dedicata la mostra “Jean Dubuffet. L’arte in gioco. Materia e spirito 1943-1985”, che sarà visitabile a Palazzo Magnani dal 17 novembre al 3 marzo. Una grande retrospettiva, inserita di diritto tra le mostre più attese di questo autunno, e al tempo stesso una grande occasione per creare pensiero e scuotere la cultura.

A spiegare il progetto sono i curatori Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger, che hanno avuto l’ardire di affrontare un genio universale e multiforme, dedicandogli un’attenziona che in Italia mancava da trent’anni.

Dopo la scommessa di “Kandinsky-Cage. Musica e spirituale nell’arte” siamo pronti a un’altra sfida?

«Reggio Emilia è diventata una capitale dell’arte a livello non solo nazionale ma internazionale – assicura Martina Mazzotta – ed è pronta a muoversi in direzioni meno convenzionali, legando il visuale con la psichiatria, il tema della formazione, la musica. Questi aspetti tra l’altro sono già parte integrante del territorio, pensiamo al San Lazzaro e Reggio Children. Era giusto, dopo trent’anni di assenza in Italia, portare Jean Dubuffet qui. Vogliamo colmare una lacuna».

La mostra si intitolerà “L’arte in gioco”. Come mai?

«Nel 1942, all’età di 41 anni, Jean Dubuffet capisce che c’è un modo diverso di vedere l’arte – risponde Frédéric Jaeger –. Aprendo una porta, e poi un’altra, e poi un’altra ancora prende l’arte e ne fa qualcos’altro. La prende in giro, la rende meno ingessata, eppure non si può dire che il suo lavoro non sia serio. Dietro il riso, d’altra parte, c’è sempre qualcosa di serio, c’è la paura. Così, davanti alle sue opere, prima ridi, poi ti ammutolisci, perché quello che vedi è tutto vero. Dubuffet ci mette davanti a ciò che noi da soli non noteremmo, una sorta di mondo di ricambio. Per dirlo con la matematica: si va da 0 a più infinito, ma anche 0 a meno infinito».

Ecco spiegato anche l’altro sottotitolo della mostra, “Materia e spirito”.

«Con Dubuffet l’arte non è più qualcosa di piatto, distante – continua Jaeger – ci si può entrare dentro. La sua opera richiede la partecipazione dell’altro: lui gioca con l’arte, con se stesso e con chi guarda».

Questo gioco verrà proposto anche a Palazzo Magnani?

«Certo, in ogni angolo. Anche perché tutta l’opera di Dubuffet si può guardare con la lente del gioco. La sua produzione è drasticamente coerente, dall’inizio alla fine. Il percorso preso in esame, dal 1943 al 1985, è di una chiarezza e di una evidenza senza pari».

«D’altra parte – interviene Martina Mazzotta – il gioco presuppone delle regole che vanno seguite in maniera rigorosa. Jean Dubuffet è stato un campione di rigore ma dalla visionarietà eccezionale: la conferma che genio e sregolatezza possono convivere nella stessa persona».

Cosa vedremo in mostra?

«L’esposizione presenta 140 opere tra dipinti, disegni, grafiche, sculture, libri d’artista, composizioni musicali, poetiche, teatrali... Dubuffet si è cimentato con la pittura come un pittore rinascimentale, verificando nella materia la sperimentazione del reale, e con la scultura. È stato anche un grande musicista, e il pubblico di Reggio Emilia, che con la musica ha avuto a che fare con la mostra “Kandinsky-Cage”, potrà verificarlo. Nella sezione dedicata alla grafica, invece, potremo misurarci con tecniche e invenzioni incredibili, a dimostrazione che abbiamo a che fare con un vero homo faber».

Un’altra mostra difficile?

«Un artista che Dubuffet amava molto, Paul Klee, diceva che “per guardare un quadro c’è bisogno di una sedia”, e credo che questa mostra insegni davvero, anche ai più giovani, a fermarsi davanti a un’opera, gustarla, brucarla con lo sguardo. È una mostra importante: la Fondation Dubuffet, che Frédéric Jaeger rappresenta, ha collaborato non solo in termini di contenuti e conoscenze ma anche di opere; lo stesso ha fatto il Musée des Arts Décoratifs di Parigi, cui Dubuffet donò gran parte della propria collezione. Senza considerare i tanti importanti musei e collezionisti privati che manderanno le loro opere a Reggio Emilia, la città che ha deciso, osando, di affrontare enciclopedicamente Dubuffet».

Che è stato non solo artista, ma anche collezionista. Una sezione della mostra testimonierà questa sua attività con 30 opere di esponenti storici dell’Art Brut. Perché è importante?

«L’idea di dove andare – spiega Frédéric Jaeger – Dubuffet l’ha trovata in quegli ospedali psichiatrici che ha visitato a partire dal 1945. Lui non ha mai fatto Art Brut, è importante dirlo, ma durante quei viaggi “omerici” ha capito cosa è un artista totale, un “autore”: come una formica che fa delle cose perché non può fare altrimenti che farle, quegli artisti si esprimevano non per farsi vedere, ma perché proprio non potevano agire diversamente».

«Lì – aggiunge Martina Mazzotta – ha trovato l’istinto creatore e la purezza nello sguardo che sono propri dei bambini, dei cosiddetti primitivi o dei casi di follia (laddove però la follia sia accompagnata dal talento, altrimenti non funziona). L’arte di oggi, che è una grande malata di consenso e vendite, avrebbe bisogno di riscoprire questo istinto creatore, questa energia sempre rinnovabile, per guardare a se stessa in maniera più critica e sana». —