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Poviglio, il paese che non esiste più

La borgata di Ramiseto costretta due volte al trasferimento. Al suo posto restano una curva e una “scatola della memoria”

RAMISETO. Il paese cancellato dalle frane. Bisogna viaggiare per decine di chilometri – di curve – nell’alto Appennino ramisetano, fra Pratizzano e la strada per il Lagastrello, per conoscere una delle storie reggiane più particolari, di ruralità e di sopravvivenza della memoria.

La storia è quella di Poviglio, il paese che non esiste più. O meglio, i paesi che non esistono più: per due volte, nel 1947 e nel 2000, la borgata ramisetana è stata minacciata da frane pericolose che hanno costrett ...

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RAMISETO. Il paese cancellato dalle frane. Bisogna viaggiare per decine di chilometri – di curve – nell’alto Appennino ramisetano, fra Pratizzano e la strada per il Lagastrello, per conoscere una delle storie reggiane più particolari, di ruralità e di sopravvivenza della memoria.

La storia è quella di Poviglio, il paese che non esiste più. O meglio, i paesi che non esistono più: per due volte, nel 1947 e nel 2000, la borgata ramisetana è stata minacciata da frane pericolose che hanno costretto tutti gli abitanti a lasciare le loro case e hanno convinto le istituzioni a creare una nuova sistemazione logistica.

La Poviglio storica non esiste più, i vecchi residenti hanno avuto delle nuove residenze alla Cicogna, vicino alle piste da sci del Ventasso, sull’altro versante ramisetano.

Di decenni di vite rimangono pochissime tracce. Qualche pietra, i resti di un ponte, qualche orto sparpagliato. E una nuova memoria, figlia di uno sforzo recente. Dove sorgeva il bar della Poviglio costruita negli anni ’50, oggi si trova uno spiazzo in un’ampia curva, lungo la stradina che da Pieve San Vincenzo e Fornolo conduce sino al bellissimo altipiano di Pratizzano. Un panorama notevole, aria sempre pulita, un traliccio del telefono senza più cavi e un’installazione, una scatola del tempo, realizzata nell’ottobre 2017. Si chiama “Progetto Poviglio”, è opera degli artisti veneti Tiziano Bellomi e Manuela Bedeschi, chiamati in montagna da Giovanni Cervi e Nila Shabnam Bonetti, titolari della residenza rurale per artisti Valico Terminus, costruita in una delle vecchie case cantoniere della provinciale che da Ramiseto porta al Lagastrello.

Per un anno Bellomi e la Tedeschi hanno lavorato sul tema. Bellomi ha raccolto tante memorie degli ex abitanti e le ha affidate alla Bedeschi, che le ha rinchiuse in questo basamento di cemento ora sigillato. Il cubo è collegato a un pannello solare, si accende di luce blu ogni giorno al calar del sole, a ricordare la sua presenza. E la storia di Poviglio e dei suoi abitanti. Per certi versi prende il posto proprio del bar, per tanto tempo ritrovo e fulcro della vita paesana, prima dell’ultimo addio nel 2000, sigillo di un secolo particolarmente duro. Sino a ‘900 inoltrato la montagna è stata terra di emigrazione, povertà, ruralità estrema, e solo negli anni ’70 le ultime strade di collegamento alle frazioni abitate sono state asfaltate. Prima? A piedi o a dorso d’asino sino alla corriera, masserizie in spalla, diretti in città, ai porti del Tirreno o alle aree industriali del nord.

In questa cartolina va disegnata la storia di Poviglio. Fino al 1947, la borgata si trovava alcune centinaia di metri a valle rispetto all’installazione, lungo la medesima strada. Un forte rischio sismico porta al trasloco forzato: la maggior parte delle case viene abbattuta e poi ricostruita a “Poviglio nuovo”, dove gli abitanti si trasferiscono. Nel 2000, la sorte è la stessa. Una frana vastissima si ripresenta. Non provoca danni diretti alle abitazioni, ma i pericoli per la stabilità sono troppo alti e la commissione grandi rischi decide la distruzione degli edifici e il trasloco forzato alla Cicogna. I pochissimi abitanti stabili si devono adeguare, e così i tanti emigrati che sul posto mantenevano una casetta, vecchi parenti, ricordi. E radici.

Passarci in auto è un’esperienza. Il primo segnale di tecnologia è a chilometri, le primi luci artificiali pure. Di notte, brillano solo fuochi. Era così la nostra montagna. E, sempre più abbandonata, tornerà ad esserla. Se sia un bene, toccherà forse alle scatole del tempo dirlo. —