In cerca del cappelletto più buono del reame

Ad Albinea va in scena un omaggio all’ombelico di venere Cuochi e cuoche si sfideranno a colpi di pesto, sfoglia e “piegatura”

ALBINEA. Un omaggio all’ombelico di Venere e soprattutto alla più rigorosa tradizione reggiana.

Questo fine settimana ad Albinea va in scena il concorso gastronomico del cappelletto reggiano “Ombelicum Veneris 2018”, dedicato appunto ad uno dei più tipici piatti della nostra cucina, simile ma diverso dai “cugini” e “rivali” emiliani, che si tratti dei tortellini modenesi e bolognesi o degli anolini di Parma.


L’iniziativa verrà ospitata durante la sagra albinetana del lambrusco, per restare in tema di classicità locale. Le iscrizioni, partite nelle scorse settimane, hanno avuto buoni riscontri, decine di cuoche e cuochi hanno deciso di aderire. Ogni concorrente ha dovuto presentare, oltre alla domanda, una busta chiusa con 70 cappelletti ciascuno, ora custoditi nella cucina del ristorante della Pro Loco di Albinea. Spetterà poi alla giuria assemblata dagli organizzatori, con esperti e storici della gastronomia e dell’alimentazione, assaggiare i vari cappelletti, preparati rigorosamente in brodo. Dopo una pre-selezione si arriverà poi al gran finale, sempre ad Albinea, prima dell’annuncio dei vincitori durante le fasi conclusive della sagra. L’evento è promosso dal Comune di Albinea, la Pro Loco e la Camera di Commercio di Reggio, con il patrocinio della Provincia. È una delle prime iniziative varate in questi mesi, pensate per la valorizzazione della gastronomia reggiana e delle produzioni tipiche agroalimentari (anche la nascita dell’Associazione del Cappelletto Reggiano Ets rientra in questo contesto).

Il discorso è valido anche per le materie prime: pensare ai cappelletti senza pensare al Parmigiano Reggiano ha poco senso. Il cappelletto, come il tortello, segna tutto il territorio della nostra provincia, anche se le ricette e le abitudini variano progressivamente, adeguandosi alle colture e alle necessità. Il cappelletto montanaro solitamente è più sottile, mentre nella Bassa si trova già la classica tradizione mantovana del sorbir, con l’aggiunta di lambrusco al brodo: irrinunciabile per una parte di reggiani, poco meno di una bestemmia per altri. Quel che rimane è il grande valore simbolico e culturale, oltre che gastronomico, del cappelletto.

Tutte le ricorrenze principali, civili e religiose, in terra reggiana sono segnate da pranzi e cene in cui i cappelletti non possono davvero mai mancare: Pasqua, Natale, Capodanno, festa del Primo Maggio e, negli ultimi anni, anche il 25 Aprile. Un modo per proseguire antichissime abitudini, che ancora oggi, soprattutto in provincia, tengono botta. “Fare i cappelletti” è un rito collettivo, la cuoca di turno prepara pasta e ripieno e poi invita amiche e parenti, per piegare insieme sino al risultato finale, con macchine rodatissime. La riunione produttiva a turno tocca le case di un paesino, di una famiglia, di un gruppo di amicizie, perché tutti possano avere i cappelletti pronti per il cenone. È anche un test, verrebbe da dire, sorridente. Una volta, le anziane valutavano le giovani in base alla loro abilità manuale nel piegare. Solo chi era brava abbastanza, era pronta per sposarsi.