Reggio Emilia, Fotografia Europea ai nastri di partenza: «Vivere disconnessi oggi? È un lusso, non una scelta»

Venerdì alle 17 le Ri(e)voluzioni di Evgeny Morozov danno il via al Festival

REGGIO EMILIA. La libertà in futuro ci verrà offerta come un servizio? L’interrogativo riecheggerà in piazza Martiri del 7 Luglio domani alle 17, quando Evgeny Morozov aprirà Fotografia Europea 2018 con una lezione sulla rivoluzione in assoluto più pervasiva degli ultimi anni: l’avvento di internet nella vita di ognuno di noi.

Sono pronte ad accendersi le luci su Fotografia Europea 2018



Il giornalista e sociologo bielorusso, professore all’università di Stanford, ha scelto per il suo intervento il titolo “Ri(e)voluzioni”, quasi a sottolineare che non tutto quanto prodotto dall’avvento del digitale sia da accettare così com’è. Nell’intervista rilasciata in esclusiva alla Gazzetta di Reggio ci ha spiegato perché.

Professor Morozov, lei è uno dei massimi studiosi mondiali del web. Si riconosce nella definizione di “cyber-scettico”?

«Critico verso internet sicuramente sì; scettico no, perché io non sono scettico rispetto al potere delle tecnologie. Il punto è la rete di oggi, gestita da 5-10 aziende di dimensioni mondiali, in cui prevale il business fondato sullo sfruttamento dei dati. Non è un problema del web, ma di sistema economico. Per capirci: viviamo nell’era del capitalismo digitale, che in futuro guadagnerà sempre meno dalla vendita di pubblicità e sempre più dalla commercializzazione dell’intelligenza artificiale. Ma internet come lo conosciamo attualmente non è l’unica rete possibile. Si può creare un altro modello, coi cittadini più protagonisti».

Perché nei suoi libri afferma che la privacy non è il “solo problema” per gli utenti?

«Ci sono enormi complicazioni all’orizzonte connesse al lavoro, alla sua automatizzazione. Non voglio certamente che le persone facciano impieghi usuranti, ma davvero troviamo giusto che intelligenza artificiale e piattaforme web producano valore solo per le aziende? Tutti contribuiscono a questo processo, coi propri dati. L’epoca odierna propone moltissime opportunità, che in sé non bastano ancora: serve un controllo democratico. E politiche nazionali, europee, per intervenire in modo efficace».

A proposito del recente scandalo sulla compravendita di dati, come giudica l’audizione di Mark Zuckerberg dopo il caso Cambridge Analytica?

«Ci sono tante realtà che estraggono informazioni dai profili e li monetizzano. Questo caso conferma che siamo immersi nel “capitalismo della sorveglianza”. Ma non è sufficiente rendersene conto. Perché i nostri leader sono favorevoli alla Silicon Valley anche dopo quanto emerso? Il punto più interessante per me sono state le foto degli appunti del fondatore di Facebook, mentre veniva ascoltato. In sostanza lì si capiva che stava comunicando un messaggio semplice e potente: gli Stati Uniti non devono fare nulla per limitare i giganti del web perché – a fronte di qualsiasi limitazione – le aziende cinesi se ne avvantaggerebbero in termini competitivi. Ciò che succederà nella battaglia fra americani e cinesi può decidere il futuro politico ed economico del mondo e in particolare – lo ripeto – dell’Europa, perché il vostro continente non è tecnologicamente autonomo su questo fronte».

Che giudizio dà di Anonymous, Snowden e Assange, che hanno svelato clamorosi casi di spionaggio illecito attraverso le tecnologie?

«Di Anonymous è difficile parlare, è un’organizzazione molto fluida. Quanto a Snowden e Assange io li vedo come figure positive, non certo come minacce. Non sono perfetti, ma hanno scoperto alcuni meccanismi sulle strutture del potere statunitense, e hanno cercato di renderli noti. È fondamentale restituire all’opinione pubblica un dibattito basato sulla realtà, non solo sulla narrazione spinta da gruppi di potere. D’altronde, a dirla tutta, rispetto ad esempio alla guerra in Iraq anche i media tradizionali hanno sbagliato spesso».

Sempre più persone affermano che la vera felicità consisterebbe nel vivere disconnessi da internet. Lo ritiene possibile?

«Se hai un sacco di soldi a disposizione, tutto è possibile e facile (ride, ndr). Come usare un autista privato anziché prendere Uber, o dormire in un hotel a cinque stelle senza dover consultare AirBnb. Vivere disconnessi non è una scelta, è un lusso che quasi nessuno può permettersi».

Nel suo film “Lo and behold” il regista Werner Herzog sostiene che spegnere il web significherebbe paralizzare il mondo, fare un salto indietro sino a epoche e a condizioni di vita quasi preistoriche. È uno scenario verosimile?

«Indietro di migliaia di anni no, ma senz’altro non possiamo dirci autonomi rispetto agli algoritmi, soprattutto sul fronte della sicurezza delle infrastrutture: porti, aeroporti, stazioni. Dipendiamo moltissimo da chi promette di difenderci, ormai siamo quasi totalmente vincolati alla cyber-security. Ma l’esperienza ci dice che essa da un lato non è totale – il rischio che criminali si infiltrino è reale e si è già verificato – dall’altro a ogni miglioramento delle condizioni di sicurezza, si tratti anche solo dell’ultimo modello di antivirus per il nostro computer, corrispondono sempre costi da pagare. Aggiungo che l’interdipendenza fra queste strutture digitali – molto spesso strettamente connesse fra loro molto più di quanto il cittadino non sappia – è una minaccia contro la nostra capacità di sviluppare forme di resilienza».

Cosa pensa della politica fatta attraverso i mezzi messi a disposizione dalla rete?

«Non credo affatto all’internet-centrismo in politica, come ho scritto a proposito delle rivolte arabe quando le si analizzava solo con le lenti dell’innovazione digitale, arrivando addirittura ad attribuirle a twitter e ad altri social. Ormai la rete sta diventando il modo più facile per spiegare ogni fenomeno. Ma è un errore: all’origine delle scelte dei cittadini ci sono problemi strutturali, ragioni profonde».

Lei afferma che un altro internet è possibile. Come?

«Il web oggi non è un attore sociale e culturale autonomo. I soggetti che lo dominano fanno business. Se vogliamo creare un’alternativa dobbiamo in primo luogo trovare i soldi per finanziarla, in modo che non si basi tutto sull’estrazione e sullo sfruttamento dei nostri dati. In questa direzione la politica, se vuole, può recitare un ruolo importante». (r.s.)

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