Risolto il mistero della Garelli di Nuvolari

Dopo la storica vittoria del "Mantovano Volante" al Circuito di Parma nel 1923, la moto è stata comprata e smembrata da Antonio Ronzoni di Cavriago.
Il figlio Luca: "Mio padre se ne vergognava e non l'ha mai detto a nessuno. Me l'ha confessato sul letto di morte"

CAVRIAGO. «Purtroppo non ne ho le prove. Ma la confessione di mio padre in punto di morte, per me, vale più di un libretto o di un certificato di proprietà».

Con la voce rotta dall’emozione, Luca Ronzoni, cinquantenne appassionato di meccanica e storia locale, racconta la fine di un pezzo glorioso della storia motoristica di Tazio Nuvolari.


Il padre di Ronzoni, Antonio, pare essere l’ultimo proprietario della mitica Garelli 350, la moto con cui il Mantovano Volante corse – vincendone la classe – il I Circuito di Parma il 20 maggio del 1923. Una moto della quale nessuno ha mai saputo raccontare la fine.

«La fine – sorride Ronzoni – è proprio il caso di dirlo. Mio padre, nato a Cavriago nel 1924, era figlio del meccanico della Cremeria. Aveva come me la passione per l’olio, la benzina e i motori. Ai tempi, la famiglia Ronzoni era benestante. Anzi, forse qualcosa in più. Per questo mio papà riusciva a vivere appieno la sua passione per i motori, nascondendola al padre Giovanni».

Come arriviamo alla moto di Nuvolari?

«In quegli anni la motocicletta era il mezzo meccanico per antonomasia. In pochi possedevano l’automobile, che si stava imponendo come alternativa, anche se molti andavano ancora e solo in bicicletta. Mio padre possedeva una Gilera 8 bulloni che usava per scorrazzare in giro per il paese, correndo poi a nasconderla dai tedeschi, durante il conflitto mondiale. Arrivò a nasconderne quattro sotto i covoni di fieno. Tutti quelli che avevano una moto si sentivano dei piccoli Nuvolari, campione che si era affermato dapprima in moto e poi in automobile».

Quindi venne in possesso della Garelli perché voleva imitare il Campionissimo?

«Questo non ho fatto in tempo a saperlo. Mi ha però confidato che grazie ad un giro di amicizie di Sant’Ilario, paese nel quale si trasferì in seguito, riuscì a sfruttare la vicinanza con Parma e acquistare la Garelli Supersport 350 di Tazio Nuvolari».

E cosa ne ha fatto?

«L’ha smembrata. Era giovane e sicuramente inconsapevole di quello che stava facendo. Probabilmente ne ha ricavato pezzi di ricambio che, conoscendolo, avrà donato ad altri appassionati. Alcune parti sono state rottamate come ferraglia. Purtroppo l’evoluzione tecnologica di quegli anni ha fatto sì che la stessa non fosse più considerata importante e anche superata tecnologicamente. Ho rovistato in casa, ma non ho trovato nessun documento, neppure un bullone. Mio padre mi aveva consigliato di non perdere tempo. Di quella gloriosa motocicletta, non c’era più traccia. Polverizzata».

Un pezzo di storia così importante rottamato o usato come pezzo di ricambio? Senza nessuna conferma?

«Mio padre è sempre stato considerato da tutti persona sincera e integerrima. Nel 2009, poco prima di morire, sul letto d’ospedale ha avuto il coraggio di confessare quanto da giovane aveva fatto. Aveva capito che quella sua azione era paragonabile a un reato, tanto da non avere neppure il coraggio di dirmi il cognome, ma solo Tazio, del possessore di quella moto».

Come ripensa a quelle parole, ora?

«Restaurando un Mosquito, ho acquistato il libro della Garelli e vi si legge che la 350 di Tazio è andata perduta. Ma a farmi decidere è stato il passo dello stesso libro nel quale si legge che Nuvolari, oltre a correre, spesso acquistava e rivendeva le moto che guidava per autosostenersi. Ecco qui, mi dissi, la conferma che papà aveva detto il vero».

E allora perché le dispiace non ci sia traccia della moto?

«Perché penso che qualsiasi pezzo del passato debba essere conservato per permettere alle generazioni future di sapere e conoscere ciò che c’era prima. Nell’epoca di internet, dove tutto si brucia in un clic, una leggenda come Tazio Nuvolari sopravvive ancora. Sarebbe stato bello poter raccontare ai tanti che ne hanno scritto le gesta, dove si trovava la moto. Purtroppo non posso, la moto non c’è più, ma mio padre è stato l’ultimo ad averla tra le mani. Almeno intera. Forse qualche pezzo di ricambio sarà stato montato su moto simili in giro per il mondo».

Ha parlato con altri di questa confessione?

«Ho scritto al Museo Nuvolari lo scorso maggio. Forse non mi hanno creduto, non mi hanno dato risposta. Ma ripeto: in un certo senso credo che mio padre si vergognasse di aver distrutto un pezzo di storia, perché aveva la mia stessa passione per la conservazione e per i motori. Forse se ne avesse parlato prima, si poteva anche rintracciare chi aveva avuto i pezzi di ricambio e recuperare qualcosa. Ma è andata così».

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