Reggio Emilia, i casi di “inversione sessuale” nell’archivio del San Lazzaro

Spuntano cartelle cliniche di persone gay ricoverate tra il 1870 e il 1920

REGGIO EMILIA. Fino a qualche decennio fa bastava innamorarsi di una persona dello stesso sesso per finire in manicomio.

È un pezzo di storia ancora in gran parte inesplorata sulle condizioni dei pazienti LGBT (l’acronimo sta per lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ricoverati nei manicomi italiani e che a Reggio è emersa spulciando tra le circa centomila cartelle cliniche dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro. Una ricerca da cui sono spuntate tre storie emblematiche di quando – ed è accaduto fino al 1992 – l’omosessualità era considerata una malattia.


Storie che raccontano di come il solo fatto di chiamarsi all’anagrafe Ferdinando ma firmarsi nelle lettere Cleopatra e strapparsi i peli della barba per depilarsi, bastasse per finire in manicomio. O di ciò che accadde a Girolamo, ricoverato con diagnosi di inversione sessuale (si veda la cartella clinica qui a fianco), con allegata anche la lettera della maestra del paese che spiegava al medico la preoccupante situazione. E poi c’è la cartella clinica di Ersilia, ricoverata in manicomio perché innamorata della sua caporeparto.

«Ersilia – racconta Annina Giuli, studentessa del Canossa che ha effettuato la ricerca durante l’alternanza scuola-lavoro – fu ricoverata il 16 gennaio 1883 e tornò a casa il 30 dicembre dello stesso anno. La sua diagnosi cita: “Imbecillità con prognosi infausta”. Lasciate le scuole pubbliche alla terza elementare perché “limitata d’intelligenza”, venne mandata dalla famiglia a lavorare in una fabbrica di fiori artificiali. Qui si innamorò della signora Carolina, responsabile della formazione delle ragazze nella fabbrica, dalla quale cercò costantemente attenzioni anche dopo essere stata ricoverata al San Lazzaro sostenendo che solo la sua amicizia l’avrebbe fatta guarire. Nel suo fascicolo si trovano numerosi documenti, sopratutto corrispondenza tra i familiari e la stessa e anche alcune lettere indirizzate alla signora Carolina con la richiesta di farle visita. In una corposa lettera al direttore, Ersilia racconta la propria storia e le proprie disavventure».

Agli stessi anni risalgono le informazioni personali, le diagnosi, le anamnesi e i documenti di Virginia e Maria affette da isteropatia. «I casi clinici di cui si può leggere pescando dall’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro – aggiunge la studentessa – sono innumerevoli ed estremamente coinvolgenti, permettono di comprendere come si svolgesse la vita all’interno di questa “città dentro la città” e, quindi, di scoprire una parte fondamentale della storia di Reggio Emilia».

Le cartelle sono state mostrate domenica, in occasione della visita guidata al padiglione Lombroso organizzata da Arcigay Gioconda. Le cartelle risalgono al periodo che va dal 1870 al 1920. «Si tratta di persone recluse per decenni – commenta Alberto Nicolini, presidente dell’associazione – e nel leggerle ho pensato che anch’io che ho quarant’anni, fino al ’90 sarei stato considerato malato. Tutto ciò non è poi così lontano. Il linguaggio nelle cartelle cliniche è quello di 150 anni fa, ma la verità è che le stesse cose le abbiamo sentite nel dibattito sulle unioni civile e lette sui social fino a ieri. La legge è cambiata, la mentalità solo in parte, mentre la scienza è andata più avanti. Per questo è necessario approvare la legge regionale sulla omotransfobia su cui sta lavorando la consigliera reggiana Roberta Mori e arrivare all’approvazione della legge nazionale che è impantanata in Senato».

Chiara Bombardieri, ricercatrice e responsabile della biblioteca dell’ex ospedale psichiatrico in cui sono conservate le cartelle cliniche dei pazienti transitati al San Lazzaro, è convinta che «dalla ricerca in corso in collaborazione con Arcigay usciranno altri casi simili».

La ricerca non è facile perché si tratta di oltre centomila cartelle cliniche dal 1870 in avanti. «Quando si vanno a leggere queste cartelle – spiega – ci si rende conto che sono storie uniche, che colpiscono e suscitano una forte emozione perché fanno pensare a uomini e donne internati per molti anni. Delle tre cartelle ritrovate, soltanto in un caso la diagnosi è di “inversione sessuale”, negli altri due casi si tratta di ricovero per “idiotismo”. In realtà una persona è stata ricoverata perché innamorata della sua una capo reparto della fabbrica di fiori in cui lavorava».

Bisogna arrivare al 1990, all’uscita negli Usa della quarta versione del DSM (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) perché qualsiasi definizione di omosessualità tra le categorie diagnostiche venga definitivamente cancellata dal manuale e perché l’omosessualità non sia più considerata un disturbo mentale. Fino al 1978 (quando i manicomi sono stati chiusi in base alla riforma Basaglia), la legge era chiara: le persone venivano internate quando l’omosessualità portava a comportamenti evidenti che determinavano un pubblico scandalo.

«E il pubblico scandalo – conclude Chiara Bombardieri – era quello che la morale dell’epoca rifiutava». La legge del 1904 prevedeva, infatti, l’internamento in caso di pericolosità per sé, per gli altri o per pubblico scandalo. Un problema che riguardava non solo gli omosessuali, ma anche le prostitute. Al San Lazzaro, infatti, esisteva un reparto a loro riservato.

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