Così Whatsapp uccide il nostro dialetto

Ecco come il vernacolo reggiano prova a sopravvivere in rete 

REGGIO EMILIA. Nueter as’ha ruvinée uotsapp... E l’é gnan quistion ’d’ chi du bagaj blò che t’bechen se tè lisuu al mesag ma tan’vo’ mia risponder.

No, a noi ci ha fregato Whatsapp e in genere le nuove tecnologie che ci allontanano non solo tra di noi, che ci accontentiamo del virtuale. A noi internet ci sta rubando il dialetto.Avete mai provato a scrivere in dialetto su whatsapp? Ovvero, avete mai provato a fare in fretta qualcosa che con la fretta ci ha litigato da piccolo?



Perché il dialetto, quello reggiano come anche quelli di altri posti d’Italia, richiede pazienza, si prende cura della parola fin dalla sua nascita e la trasforma , nel tempo e nello spazio.

Così almeno accadeva fino a qualche anno fa. Fino a quando abbiamo (quasi) smesso di scrivere in italiano, piegandoci alla schiavitù della rapidità e dimenticandoci della lentezza.


E fino a quando abbiamo smesso di parlarci e ci siamo messi a whatsappare, traduzione spannometrica uasaper, con il suono che riecheggia l’attività molto comune in passato nelle nostre campagne e che oggi è quasi totalmente meccanizzata.

Ecco il punto: se l’Italiano sta male anche per colpa delle nuove tecnologie, per la stessa ragione non è che il (nostro) dialetto se la passi meglio.



E lo si capisce dal fatto che è impresa sempre più difficile “divulgare” il dialetto attraverso i nuovi media. E questo nonostante i meritori tentativi che non mancano nella nostra città.

La pagina Facebook “Esclamazioni in dialetto reggiano” ha 11.731 membri ed è costantemente ricca di interventi, quasi tutti rigorosamente nel nostro vernacolo. E lì vengono anche sciolti dei dubbi, dubbi che crescono con il passare degli anni.

Un incedere del tempo che , ad esempio, dopo aver fatto quasi sparire gli attrezzi di una Reggio rurale che non c’è più, sta facendo sparire anche le loro definizioni in dialetto. La pudája, piccola roncola estremamente maneggevole molto in voga nelle vendemmie d’un tempo. Sparita, spazzata via dalla vendemmia robotizzata. E che dire del màras ? È stato a lungo uno degli attrezzi più utilizzati - manco a dirlo - nelle nostre campagne. Al punto da diventare una sorta di arma dialettica.

Si usava infatti il màras per dare un taglio netto, o meglio per separare, senza andare troppo per il sottile, il buono dal cattivo, indipendentemente da quale poteva effettivamente essere il buono e il cattivo. Un gesto netto, perentorio. Un po’ come uscire da uno di quei folli gruppi di uasap in cui finiamo fatalmente per infilarci. “Massimo è uscito dal gruppo” equivale a Massimo al’và mandée tot quant a der via...

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