«Sdiv, d'bii»: a Cavriago è tempo di dialetto

Trent'anni fa il vocabolario cuariaghìn, ora gli autori pensano a una riedizione con un approfondimento sull'origine dei soprannomi 

CAVRIAGO. Ogni regione italiana ha la sua cadenza. In Emilia, ad esempio, la “esse” scivola che è una meraviglia. Allo stesso tempo ogni città ha il suo dialetto. Così capita che a Parma dicano al s’è insuchèe per dire che ha battuto la testa; la stessa espressione, a Reggio, però, significa “è morto”. Bastano anche pochi chilometri per rendersi conto della ricchezza del dialetto. Insomma, «è più facile che se la intendano un tedesco e un russo che un cuariaghìn e un bibianèis se si mettono a parlare in dialèt», dicono scherzosamente Domenico Boni Baldoni, Antonio Coscelli e Brunetta Partisotti che trent’anni fa – insieme ad Antonio Grossi, in collaborazione con Giuseppe Tedeschi, Attilio Ugolotti e ad altri cavriaghesi – realizzarono il “Vocabolario del dialetto di Cavriago” (Ed. Analisi, 1987).

«Sdiv, d’bii (sedetevi, bevete)», dice subito Boni Baldoni appena varchiamo la soglia di casa. E sua moglie ci offre una fetta di ciambella e del buon vino. «Così creiamo l’atmosfera, una volta si faceva così quando arrivava un ospite». Coscelli appoggia sul tavolo una valigetta foderata di ritagli legati a Cavriago. «Era la nostra cartella con i file, il nostro computer dell’epoca», spiega subito. Dentro ci sono tutte le cartelle che hanno dato vita al vocabolario del dialetto. E i ricordi riaffiorano.


«Sono già passati più di trent’anni, sembra ieri, è partito tutto una sera quasi per caso durante un torneo di pallavolo. Era il 1984 quando decidemmo che il dialetto è un bene da conservare e dovevamo fare qualcosa. Così una volta a settimana ci trovavamo a casa di Domenico per arricchire il vocabolario che, oltre ai termini, contiene modi di dire proverbiali, filastrocche, il testo della canzone di Cavriago, disegni di Lelio Lorenzani e curiosità».

Una vera rarità, oggi, riuscire a trovarlo. «Sarebbe bello, a distanza di trent’anni, fare una riedizione, arricchita di nuove parole visto che il dialetto è una lingua viva – affermano – magari abbinata a un inserto sugli scotmai (i soprannomi degli abitanti del paese spesso legati ai mestieri o a caratteristiche fisiche, ndr). Pietro Salsi, anche lui di Cavriago, li sta raccogliendo da anni”. E chissà che qualcuno non colga questa sollecitazione. Questa esigenza. «Sì perché il dialetto, che una volta era considerato una mala erba, quando l’Italia doveva affrontare il problema dell’analfabetismo, ora invece va visto come parte della nostra cultura. È lo specchio della nostra civiltà, è un tutt’uno con la nostra storia».

Non si tratta di esaltazione dei localismi, sia chiaro: «È bene che ci sia un’apertura verso tutte le lingue del mondo ma anche una tutela delle nostre radici».

La riscoperta del dialetto è avvenuta negli ultimi decenni. Come è accaduto a Cavriago, anche in altri paesi sono stati scritti i vocabolari del dialetto: «Ci fu una riscoperta dopo che, per anni, a scuola era stato combattuto». E ora? «È stato rispolverato, lo si trova nelle canzoni, ad esempio Zucchero ha portato i ciocabèch in giro per il mondo. E dei modi di dire sono diventati degli slogan, come Dai c’andom, o Al falistri, usati anche come nomi di locali pubblici, per far capire che lì si fa una cucina genuina».

Quindi il dialetto sopravviverà? «Sicuramente nelle canzoni, nei modi di dire e poi, chi lo sa. I giovani lo parlano sempre meno, fanno fatica a capirlo. Il rischio però è che si perda il significato autentico usando solo alcune parole».

Ed ecco perché l’impegno di Boni Baldoni, Coscelli e Partisotti e di altri cultori del dialetto in giro per la provincia reggiana potrà contribuire a far sì che questa lingua non vada perduta, nel suo significato più autentico, storico.

Non è un caso, infatti, se la loro opera addirittura scomodò Nilde Iotti. In una lettera, si complimentò con gli autori e con il sindaco, per essersi impegnati nella «tutela reale ed efficace della nostra memoria storica».

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