La poesia di Jamie McKendrick a Reggio Emilia  

Il poeta si racconta tra ricordi, sfide attuali e riflessioni sulla musica: «La maestra mi ha sgridato e ho deciso di fare il poeta»

REGGIO EMILIA. La prima poesia l’ha scritta da bambino, per offendere. Gli è venuta così bene che la maestra, infuriata, l’ha cacciato fuori dall’aula. «Allora ho capito che nella vita dovevo fare il poeta».

Parlare con Jamie McKendrick è così: spietatamente divertente. Non c’è argomento dal quale si astenga («Amo il sud Italia ma non ci torno»), non c’è domanda a cui non risponda («Se ho avuto donne in Italia? Adesso ho una compagna spagnola, non posso pensare ad altro»). Ma lo fa a modo suo, con quell’ironia inglese, o forse ariostesca, che tiene a distanza eppure avvicina.


Sarà lui a inaugurare, stasera alle 21.30 nel cortile interno della biblioteca Panizzi, la rassegna “Vola alta parola”: quattro incontri di poesia, organizzati dalla Fondazione Palazzo Magnani,  durante i quali si rifletterà sull’importanza di questa arte come strumento di coesione in una comunità sempre più disgregata. «Poveri noi – sorride McKendrick – allora non c’è speranza».

Non crede che la poesia abbia questo potere?

«Se si considera quante poche persone leggono la poesia, si capisce che questa non potrà mai avere una grande forza politica. Non è per minimizzare l’importanza della poesia, anzi, ma gli effetti politici e sociali e civili forse possono essere scatenati più facilmente dalla musica o da altre forme d’arte che hanno più seguito della poesia».

C’è chi dice che sciupando una parola si sciupa il suo significato. La poesia non potrebbe insegnarci, allora, a prenderci cura della parole, e quindi dei concetti che vi stanno dietro?

«Non c’è dubbio che la poesia insegni a curare la parola. E questo, forse, può avere conseguenze sulla comunità. Adesso, tra l’altro, c’è un ritorno alla poesia impegnata. In Inghilterra sempre più persone partecipano alle letture, non si capisce bene il perché...».

Al di là delle battute, un’idea se la sarà fatta.

«Credo sia per l’elemento acustico che caratterizza la poesia. Anche la prosa ha qualcosa di simile, ma nei versi il significato delle parole è intrecciato nel suono. La poesia permette di scoprire un altro aspetto della parola, non solo il significato aperto ma anche quello più nascosto, che vibra nell’inconscio. E anche se i poeti sono incompetenti come lettori, a me piace sentire i poeti veri che leggono poesie perché ne rispettano il ritmo, fatto di cesure, enjambement».

Abbiamo appena visto Bob Dylan ricevere il Nobel per la letteratura e lei, che è un poeta, parla di suono e ritmo. C’è ancora un confine tra musica e poesia?

«Per gli altri no, per me sì. Apprezzo moltissimo Bob Dylan come cantautore, ma i suoi testi, letti, non sono poesia. Ogni tanto c’è una frase bellissima o una rima, ma non basta. E lui è tra i più grandi».

Eppure in antichità la poesia era cantata con la lira...

«Vero, e questo fino ai trovatori provenzali. Poi c’è stato un divorzio, per me positivo: i poeti scrivono per la parola, i cantanti per la voce. Un’eccezione potrebbe essere rappresentata dai cantautori blues, perché i loro testi possono essere letti. Non importa se sono dialettali, la forza della parola, lì, emerge».

Parola che nella poesia è tutto fuorché spontanea. Pensiamo alle sudate carte di Leopardi...

«Lo dico con Yeats: se non sembra una cosa spontanea, frutto del pensiero del momento, tutta la nostra cucitura e ricucitura è stata invano. La poesia è faticosa, ma deve sembrare naturale».

Sanguineti diceva che per fare poesia bisogna “prendere un fatto vero, fresco di giornata”. Lei nei suoi versi inserisce addirittura “Camorra” e “Incendi dolosi”. È questa la direzione della poesia, la quotidianità?

«Il quotidiano si inserisce da solo nelle mie poesie, ma non posso profetizzare nulla. Il bello è questo: nessuno sa cosa succederà domani».

Parliamo di un’altra sfida, quella delle traduzioni. Proprio adesso sta affrontando l’Airone di Bassani, quinto libro del Romanzo di Ferrara. Come procede?

«Ho tradotto tutto di Bassani, ma sull’Airone mi sono arenato. Qui bisogna entrare nella mente di Limentani, che è un personaggio davvero spiacevole, calarsi nel lago nero della sua tristezza, accettare il suo modo di concepire il mondo. È molto difficile».

Anche dal punto di vista stilistico?

«Sì perché l’italiano ama le frasi lunghe, l’inglese ha solo quelle brevi. Tradurre gli incisi, per esempio, è molto complicato».

La poesia è più semplice da tradurre?

«Diciamo che è più divertente: ogni volta che finisci di tradurre un verso ti chiedi se riuscirai a farlo anche con il successivo. È una sfida costante».

Negli anni 90 ha vissuto per qualche tempo in Campania, come ha influito questo soggiorno su di lei e sulla sua poetica?

«A Napoli ho trovato l’umorismo, la velocità della parola, la bellezza di una città millenaria. E poi, dato che non parlavo una parola di italiano, ho letto tutti i libri che ho trovato».

Dunque qual è il suo poeta italiano preferito?

«Cambia da giorno a giorno. Amo Giudici, Caproni, Montale. Dante, ovviamente. Mi piace molto anche Leonardo Sinisgalli. Se sopravvivrò a Bassani, lo tradurrò».

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