Pupi Avati a Reggio Emilia: «Ragazzi, seguite il vostro grande sogno»  

Il regista ha incontrato il vescovo Massimo Camisasca nell’ambito della rassegna “Una voce nella mia vita”. Duomo gremito per l’occasione

REGGIO EMILIA. Ha narrato il film della sua vita in una cattedrale mai così traboccante di giovani e di risate alternate a quel silenzio irreale di chi sa di essere davanti a un maestro, il regista Pupi Avati.

Dopo Susanna Tamaro, il secondo incontro di Quaresima del ciclo “Una voce nella mia vita” ha portato il vescovo Massimo Camisasca a dialogare con un amico irriverente che in un’ora e mezzo di racconto intervallata da «Ti sei già annoiato? No perché sei indecifrabile», ha regalato alle centinaia di presenti altrettanti spunti di riflessione sul senso della vita e della famiglia.

Il regista Pupi Avati in duomo a Reggio Emilia

Reggio Emilia, Pupi Avati al duomo per "Una voce nella mia vita"

A introdurre l’incontro la musica di Nadia Torreggiani e Patrizia Filippi. Tutto è partito dal racconto di sogni di adolescenti e di jazz che hanno portato il bolognese Giuseppe Avati, così all’anagrafe, ad arrendersi di fronte al talento innato di Lucio Dalla.

«Io amavo la musica ma non era la mia vocazione, era la sua – ha detto – a 78 anni posso dirvi che ognuno di noi è speciale, ognuno è Lucio Dalla ma deve trovare il suo clarinetto. Come nessuno te lo insegna, devi cercare finché non trovi qualcosa che ti voglia bene. Io ho sentito che il cinema mi voleva bene e ne ho subito voluto tanto a lui. Ora un uomo della mia età è vulnerabile, vede i titoli di coda della sua vita ma deve ancora illudersi e sognare, deve preparare tutte le sere il discorso in inglese per il ringraziamento per l’Oscar, perché prima o poi, ne sono sicuro, mi servirà».

Applausi, risate e sogni catalizzati dalle parole di chi ha raggiunto il successo con film come “Il cuore altrove” ma ammette anche di averne pagate le conseguenze.

«Non sono stato un buon padre, mi sono fatto assorbire dal cinema recuperando poi in seguito i rapporti ora bellissimi con i miei tre figli – ha spiegato il regista – una cosa però l’ho sempre insegnata loro, giocare alla regola, essere strategici senza prendere scorciatoie. Ho dato loro la possibilità di avere un grande sogno, che è la stessa che tutti dovrebbero avere e chi non la realizza o ha avuto paura o si è fatto schiacciare dalla ragione. Troppo spesso insegniamo ai nostri giovani a essere ragionevoli, ma possono essere somme e sottrazioni il tema di un vita? A 18 anni si chiedono già se avranno la pensione».

Sincera e carica di speranza anche la riflessione sui 52 anni di matrimonio, iniziati con un tradimento e un ritorno salvifico. «Ci siamo sposati molto giovani, senza conoscerci davvero, poi è arrivato il successo e mi ha travolto – ha confessato – per fortuna però quella sera sono tornato a casa, mi sarei perso l’opportunità di invecchiare con una persona che sa tutto di te e di dirvi quanto è bello il matrimonio. Lei è il mio hard disk, sono totalmente dentro ai suoi occhi e credo di non esserne mai stato così innamorato».