Quando arte e ambiente si intrecciano educando 

Reggio Emilia, Antonella De Nisco premiata in Sala Tricolore per le sue installazioni. Opere effimere che cambiano i luoghi e soprattutto le persone che li abitano

REGGIO EMILIA. Reti in cui la realtà si impiglia, lasciando segni evidenti di sè. Universi dentro cui ballare e recitare. Bozzoli intrecciati che offrono un sicuro riparo per guardare ciò che accade all’esterno e, nello stesso tempo, cambiare mentalità.

Quelle di Antonella De Nisco – artista e docente di storia dell’arte a Reggio Emilia – sono opere effimere, che però trasformano i luoghi. E soprattutto le persone.

Anche per questo, l’8 marzo, ha ricevuto il premio “Reggiane per esempio” nella sezione scultrici over 40. «Non me l’aspettavo – dice – perché non sono un’artista facile da capire. Le mie sono operazioni concettuali, d’avanguardia, che hanno a che fare con i luoghi e le persone che li abitano. Sono anche contenta che siano state premiate delle artiste, perché l’arte, purtroppo, è ancora considerata un decoro».

E invece che cos’è?

«L’arte dà risposte. Consola ed educa. Gli artisti sono le cartine tornasole della società».
 

Nel corso della sua ricerca artistica ha teorizzato il Laai, laboratorio arte ambientale itinerante. Di che si tratta?
«Un progetto sperimentale che prevede la costruzione di installazioni territoriali che diventino “luoghi di sosta”, fruizioni simboliche che modificano il nostro modo di vedere le cose e percepire lo spazio che ci circonda. Per me arte, ambiente e persone sono legati. È l’aspetto culturale e antropologico dei luoghi a ispirare il mio lavoro. Al Museo del truciolo a Villarotta, per esempio, ho realizzato una lunghissima treccia sospesa sopra il canale, che si collega alla memoria del posto. Lì sfogliavano i pioppi e con i trucioli intrecciati realizzavano i cappelli di paglia. Nel cortile della casa di cura Villa Verde, invece, ho realizzato “Riparami”. Un gioco di parole che nasconde un’aurea spirituale e invita al raccoglimento».
 

Arte per le persone, dunque, e non per l’arte?
«Ho sempre affiancato la dimensione creativa all’insegnamento e alla didattica laboratoriale. Porto l’arte nei luoghi che non sono solitamente deputati all’arte, un modo per educare alla bellezza e al rispetto dell’ambiente senza far cadere la lezione dall’alto».
 

Di che cosa sono fatte le sue installazioni?
«Uso principalmente materiale di recupero. Scarti della natura. Li intreccio e attraverso la tessitura (che in Italia è considerata mero artigianato, mentre negli altri Paesi è una tecnica artistica a tutti gli effetti, al pari di pittura e scultura) lego ambiente, storie, memoria. Le mie “tane”, i miei “nidi” sono metafora dell’incontro tra le persone».
 

Il Comune di Piacenza l’ha chiamata per realizzare “Porta”, e tra qualche giorno sarà a Rovigo con “FogliaTerra”. Ce le spiega?
«A Palazzo Farnese ho creato un rammendo tra la città e il Po. Al Convegno sulle aree fragili di Rovigo, invece, presenterò il progetto nato nel Giardino Officinale di Gabrina e realizzato insieme alla psicoterapeuta Elena Iori: una performance collettiva che ha portato alla creazione di grandi foglie-telaio in cui le persone hanno scritto le proprie emozioni».
 

Fino al 28 marzo, però, la troveremo allo spazio Art È (in via Battaglione Toscano 1/b a Reggio) con la mostra “Dove l’eco non è spenta”. Cosa ci aspetta?
«Sassi fragili, riposatoi d’Italia, una valigia-tributo a Silvio D’Arzo. Perché, come diceva il grande scrittore, questo mondo non è casa nostra. Dobbiamo starci in prestito».