L’Eneide tradotta in dialetto dal “figlio” del Pòpol Giost 

Reggio Emilia, Franco Verona ha trasformato il distico elegiaco in endecasillabi a rima alternata. Giunone è diventata “orènda cme la mort”, Didone “spaplèda per l’amor” 

REGGIO EMILIA. Il dialetto reggiano, quando era ancora una lingua vivissima, era talmente legato al territorio e alla sua composizione sociale da ammettere numerose varianti.

Quello della campagna era concreto, rozzo e conservativo. Quello parlato in città si distingueva per la sua ibridazione colta, l’uso di vocaboli ricercati o astratti tradotti dall’italiano della letteratura, della politica e del diritto.
Non stupisce, quindi, che a una persona cresciuta parecchi anni fa nel centro storico di Reggio sia venuto in mente di tradurre in dialetto nientemeno che la Divina Commedia e l’Eneide.

L’impresa è riuscita a Franco Verona, un professionista in congedo che abita ancora sul lato settentrionale dell’esagono, nel quartiere abitato una volta dal pòpol giost all’interno della porta di Santa Croce. Verona dimostra molto meno dei suoi quasi ottanta anni. Con un’incredibile scioltezza ha tradotto, fra il 2007 e il 2013, i 14.233 endecasillabi del poema dantesco rispettandone rigorosamente la composizione in terzine incatenate con rima alternata. Quella metrica gli è entrata talmente nella testa da usarla anche per tradurre i distici elegiaci dell’Eneide, immettendovi le rime che nella poesia latina non esistevano.

Ha incominciato questa seconda fatica nel 2014. In un anno ha tradotto i primi sei libri del poema, pubblicati in un numero limitato di fotocopie. Per gli altri sei, che devono essere ancora perfezionati, ha impiegato gli ultimi due anni.

«L’idea – confessa Verona – me l’ha suggerita Clementina Santi. La presidente dell’associazione degli scrittori reggiani, avendo apprezzato la mia traduzione della Commedia, mi ha esortato a continuare con il poema a cui Dante si richiama esplicitamente, riconoscendo Virgilio come maestro. I primi sei libri mi hanno appassionato e li ho tradotti di getto».

Essendo gli endecasillabi più brevi degli esametri e dei pentametri virgiliani, nella traduzione si sono aggiunti parecchi versi. Verona, però, ha rispettato il senso del testo originale, donandogli vivacità e colore con i termini più espressivi del nostro vernacolo, quali sghégia (fame), neclèinsa (carestia), céra (colorito del viso), ciuchida (sconvolta), da pè e da cò (da cima a fondo) e tanti altri che soltanto i reggiani meno giovani conoscono.

Il nostro traduttore ha alle spalle seri studi liceali e universitari, conclusi con una laurea in scienze politiche e una professione nell’ambito delle risorse umane, esercitata prima alle dipendenze di Rank Xerox e Bertolini Macchine Agricole, poi come libero professionista. Tuttavia la familiarità con il “popolo giusto” che abitava il suo quartiere gli ha lasciato una grande dimestichezza con la lingua del volgo.

Anzi, Verona è ormai uno dei pochi che sappiano usare il gergo inventato nelle osterie della zona per non farsi capire dagli informatori della polizia. Quello era l’alèrp a l’arsàve, cioè il parlèr a l'arvèrsa, pronunciare a rovescio le parole dialettali.

Il vernacolo impiegato per la versione dell’Eneide è meno arduo, ma richiederebbe qualche chiosa esplicativa per gustare le immagini più forti. Ad esempio, nel proemio Giunone è nominata in latino con il semplice aggettivo saeva (crudele), che Verona accentua con una similitudine ferale, orènda cme la mort cun la so fèra, cioè “spaventosa come la morte con la sua falce”.

Nel libro quarto Didone, ferita nel cuore dalla passione per Enea, diventa spaplèda per l’amor ch’a còrr in tal so vèini, cioè “spiattellata per l’amore che corre nelle sue vene”. La sua convinzione che l’eroe troiano sia stirpe di dei l’è mia n’idèa burlana, non è un'’dea stravagante.

Nel libro sesto la Sibilla, invasata dal dio, sembra presa dalle smanie. La traduzione dialettale rende l’idea trasformandola quasi in una cagna in calore: La mèga pariva ch’la gh’éss al murbèin.
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