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Dal Valli al Dolby Theatre Un Oscar targato Reggio

Alessandro Bertolazzi ha vinto la statuetta per il trucco del film “Suicide Squad” Sul palco ha dedicato il premio agli immigrati: «Non si mettano confini ai sogni»

ALBINEA. L’unico Oscar che l’Italia ha conquistato quest’anno al Dolby Theatre di Los Angeles è targato Reggio Emilia. O meglio, Albinea.

A vincerlo, insieme a Giorgio Gregorini e Christopher Nelson, è stato Alessandro Bertolazzi, che ha curato il trucco del film “Suicide Squad”.

«Uno shock anafilattico positivo», come lo ha definito lo stesso artista accarezzando l’ambita statuetta. «Un quasi infarto» per la mamma Laura Zuliani, che ha seguito l’89esima edizione degli Academy Awards da Albi ...

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ALBINEA. L’unico Oscar che l’Italia ha conquistato quest’anno al Dolby Theatre di Los Angeles è targato Reggio Emilia. O meglio, Albinea.

A vincerlo, insieme a Giorgio Gregorini e Christopher Nelson, è stato Alessandro Bertolazzi, che ha curato il trucco del film “Suicide Squad”.

«Uno shock anafilattico positivo», come lo ha definito lo stesso artista accarezzando l’ambita statuetta. «Un quasi infarto» per la mamma Laura Zuliani, che ha seguito l’89esima edizione degli Academy Awards da Albinea con il marito Carlo.

Bertolazzi, nato in Piemonte, ha trascorso la sua adolescenza a Reggio Emilia (dove ha frequentato l’istituto d’arte Chierici), quindi si è trasferito a Firenze e poi a Roma, per studiare all’Accademia Silvio D’Amico. Ma la passione che l’ha portato ad alzare l’Oscar al cielo è nata al teatro Valli: lì Bertolazzi ha mosso i suoi primi passi come comparsa, lì ha capito l’importanza delle maschere e dei personaggi.

Chi ha visto “Suicide Squad” – il blockbuster targato Marvel – tutto questo lo sa. Bertolazzi è riuscito a far diventare reali i supercattivi della Dc Comics. E quegli occhi spiritati, quei tatuaggi inquietanti, quelle bocche spropositatamente grandi hanno spopolato in tutto il mondo: su you tube, dove sono comparsi migliaia di video (i cosiddetti tutorial) per riprodurre quel make up così realistico, e nei raduni di cosplay. Una bella rivincita per un film – campione di incassi – che era stato severamente bocciato dalla critica.

Ma al culmine della gioia, ancora incredulo per quello che era appena accaduto, Alessandro Bertolazzi non ha ceduto alle polemiche. Anzi, ha lanciato un messaggio di solidarietà che in pochi secondi ha fatto il giro del globo. «Io sono italiano – ha detto sul palco del Dolby Theatre – lavoro in tutto il mondo. Questo Oscar è per tutti gli immigrati».

Mentre Donald Trump – a cui durante la serata sono stati diretti tanti altri interventi simili – era impegnato nel ballo dei governatori, Matteo Salvini, da oltre oceano, ha subito postato sul suo profilo Facebook: «E ti pareva... Ipocrisia al potere. I nove milioni di italiani a rischio povertà ringraziano. Ps. A Hollywood (e in Italia) è facile fare i buonisti col portafoglio pieno». Ma Bertolazzi, che di maschere se ne intende, ha spiegato che l’ipocrisia non c’entra nulla con la sua dedica: «Noi creiamo dei sogni che non hanno confini. Non si mettono muri all’universo e ai sogni. Dedicare l’Oscar ai migranti non significa fare politica o voler fare contestazioni e polemiche. Lavoriamo per le persone che sognano e i sognatori non hanno confini».

E poi ancora: «Nelle troupe in cui lavoriamo ci sono persone provenienti da tutte le nazioni. Noi stessi siamo i primi immigrati. Su questa Terra siamo tutti ospiti per questo non ha alcun senso creare dei muri». «È sempre troppo facile fare polemiche – ha concluso Bertolazzi – e dire “in Italia non mi capiscono”. Bisogna andare dove c’è il lavoro. Se in Italia ci fossero state le condizioni per lavorare in un certo modo non sarei certo andato via. Ma non voglio fare polemiche perché io amo il mio paese e questo premio è anche per l’Italia. Speriamo adesso che i produttori non si spaventino per questo Oscar. Certamente le aspettative aumenteranno».

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