L’archeologia linguistica si fa a suon di “cancheri”

Reggio Emilia, lo studioso Giuliano Bagnoli: «Il vernacolo si trasforma ma non muore mai». E aggiunge: «Ma i bigotti e quelli “da la boca dòulsa” dovrebbero leggere altro»

REGGIO EMILIA. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta i bambini del centro storico, perfino quelli educati a Pater Noster e Ave Maria (che allora anche gli analfabeti sapevano recitare in latino) imparavano il più colorito e violento turpiloquio dialettale dalla voce tonante di una donna biondastra di età e salute mentale incerta, di nome Angiolina, ma da tutti conosciuta come “la Szia”.
Vedendola passare per via Roma, piazza San Prospero (piàsa Céca) o piazza Prampolini (piàsa Granda) gli avventori dei bar si divertivano a provocarla: «Szia, pèga i dèbit!». Lei rispondeva con improperi e insulti triviali all’indirizzo degli istigatori e della cognata, con cui aveva conti in sospeso. Di quelle espressioni rimane poco, nel generale declino dei dialetti. Probabilmente non se ne prova nostalgia. Il comune senso del pudore le ha escluse in gran parte anche dai libri con cui gli studiosi cercano di tramandare la conoscenza delle future lingue morte. È una lacuna che Giuliano Bagnoli colma con un volume di ottanta pagine che ha per titolo la più lancinante formula malaugurante reggiana, “Cat vègna un cancher”, che tutta l’Italia imparò grazie al film “Il compagno Don Camillo” del 1965.

È il quarto volume, edito da Cdl, dell’Enciclopedia dei proverbi reggiani. Vi compaiono «benedizioni, maledizioni, insolenze, derisioni, parolacce, blasfemie, malaugurio, bassezze, auspici di malattia, peti, scoregge, ingiurie a sfondo sessuale» che l’autore, in parecchi casi, ha raccolto dalla bocca degli anziani. Prima di farne una pubblicazione Bagnoli ha dovuto superare la ritrosia verso ciò che appare sordido: «Il bene e il male – spiega – sono convissuti con l’uomo e il loro ricordo può essere utile per educare e istruire l’individuo su ciò che è bene perseguire o, viceversa, su ciò che conviene abbandonare. Il mio è un intento di archeologia linguistica, valido ed opportuno per il semplice fatto che ogni elemento di una lingua è un patrimonio incalcolabile per la lingua stessa, per conoscere la società che l’ha creato in quell’epoca storica e in quel particolare contesto collettivo e relazionale. Se poi vi sono bigotti e prevenuti “da la bòca dòulsa” (dalla bocca dolce), a loro consiglio di leggere altro, perché moralisti e puritani, intrisi dell’acerbo liquore dell’ipocrisia, provano indigestione per ogni cosa».

L’unica omissione, inevitabile anche a termini di legge, riguarda le bestemmie. Tuttavia il rapporto ambiguo dei nostri antenati con la religione è dimostrato dai primi due capitoli, dedicati alle benedizioni e alle maledizioni: “Dio ’t bendésa” (Dio ti benedica), “Dio te stradòra” (Dio ti adori oltre misura), “Stramaledésa lo atàch i so còren” (stramaledetto lui attaccato alle proprie corna). Tra le invettive la più nota è il “Bòja d’un mond lèder” (boia d’un mondo ladro), che in realtà è comune a gran parte dell’Emilia come il “Ch’at vègna un cancher”. Il colmo della volgarità, però, si raggiunge nelle offese a sfondo sessuale, che non necessitano di traduzione: “Tol in dal cul”, “Rot in dal cul”. Al di là dell’argomento specifico, a Bagnoli preme dimostrare la vitalità del vernacolo contro l’opinione prevalente, che ne prevede l’estinzione in un’Italia sempre più globale e multietnica: «Il dialetto – dice – non muore mai, ma si trasforma continuamente. Quello che si parla adesso non è meno genuino di quello che si parlava all’inizio del secolo scorso. Ho letto “sirudelle” del primo Novecento scritte in una lingua che non usava neppure mio nonno. Nel mio lavoro di pediatra a Guastalla mi capita di rivolgermi in dialetto a coppie giovani, che mi rispondono compiaciute». La sua è una tesi condivisa da altri studiosi reggiani che, malgrado l’immigrazione e il bombardamento dei mass media, prevedono ancora una lunga vita agli idiomi locali: «Lo si dovrebbe verificare – sottolinea Bagnoli – tramite un’indagine fra i giovani».

Le espressioni triviali riportate nel libro, però, l’autore le ha attinte dagli anziani, dai suoi ricordi d’infanzia e da certe commedie dialettali che rivangano il passato senza censure: «Mio padre – riferisce – faceva il falegname. La sua bottega era frequentata da contadini che, andando in parrocchia, si astenevano dalle frasi più colorite. Mi capitava, però, di ascoltarne altre decisamente volgari da persone più libere e laiche. Le pronunciavano, perlopiù, non per infierire ma come un semplice intercalare. Il nostro dialetto – aggiunge – è una lingua di grande dolcezza ma anche molto forte quando esprime sentimenti. Quando leggo i testi di antiche sirudelle di stampo socialista, molto anticlericali, talora vengo accolto con indignazione da facce digrignanti».