Guccini a ruota libera: «Scrivere canzoni? La vena si è esaurita»

Un’ora e mezza di conversazione tra Francesco Guccini e Angelo Varni, docente dell'università di Bologna, sulla via Emilia. Il cantautore: «La linea mangereccia divide i longobardi dai bizantini: in Emilia il suino, in Romagna il castrato».

REGGIO EMILIA. La via Emilia per flash personali e collettivi, pretesto per una digressione tra passato e presente. Si intitolava “Fra la via Emilia la West” (storico album del 1984) l’incontro che si è volto venerdì sera al teatro Ariosto nell’ambito di Fotografia Europea, sponsor Cariparma; un’ora e mezza di conversazione tra Francesco Guccini e Angelo Varni, docente dell'università di Bologna e presidente dell’Ibc (istituto per i Beni artistici, Culturali e naturali dell'Emilia Romagna). La via Emilia, si sa, è «la spina dorsale» della nostra regione, la madre di tutte le strade. Guccini parte dai ricordi d’infanzia, da quel trasferimento avventuroso, nell’autunno del 1945, dalla paterna Pàvena a Modena tra ferrovie bombardate e “birrocci”, con il bambino Francesco che si abbraccia all’albero per non tornare a vivere in città («mi sento vagamente modenese, ma soprattutto mi sento montanaro»); alla via Emilia della Modena ancora campagnola, dove «bastava attraversare la strada per trovarsi nei campi, nel Far West, e giocare agli indiani»; la via Emilia e la laterale via Cucchiari dove abitava il ragazzino, il cui orizzonte si limitava al tratto «tra il forno del papà di Pavarotti, dove mia madre portava a cuocere le lasagne e le patate americane» ma anche gli attraversamenti paurosi «per andare a leggere Topolino (i miei genitori non me lo prendevano) da un amico di scuola».

E poi il mito, che Guccini sente lontano e falso, del mare: «I padani sono terragni, gente di fiume. Il mare l’ho visto per la prima volta a 12 anni e non mi impressionò: sì, le conchiglie, la sabbia, però… Quando si dice “andiamo al mare a mangiare il pesce”... a me fa schifo».

Il mito del cibo e della buona tavola: «La linea mangereccia divide i longobardi dai bizantini: in Emilia il suino, in Romagna il castrato. Io parteggio per il maiale, è ovvio. I cappelletti e i tortelli, il vino che si faceva in casa, i salumi. Il salume è una fede». Infine il mito della regione rossa per eccellenza, che Guccini maneggia con la solita tagliente ironia: «Ero in bici a Vignola, ebbi un attacco di mal di pancia e mi fermai in una casa colonica, con il bagno esterno alla turca. Per pulirsi non c’erano 12 piani di morbidezza, bensì dei chiodi con pezzi di carta strappati da L’Unità; ne usai uno con una poesia, “Ode al trattore”. Fine della poesia».

In chiusura, Varni non si esentato dall’immancabile domanda: quando tornerà a cantare, maestro? «Non ho mai deciso di scrivere un brano, erano le canzoni ad arrivare a me: quella vena si è esaurita. Ora faccio lo scrittore. E se si esaurirà anche quella vena, beh, andrò al mare».