«Grazie all’ex Maffia l’elettronica mondiale sbarcò a Reggio»

Parla Dj Rocca alla vigilia dei grandi concerti al Campovolo. Nel 1995 il locale ha portato in città i primi suoni sintetici

REGGIO EMILIA. Alla vigilia di due eventi che riporteranno in città la grande musica elettronica – ovvero i 2manydjs, che si esibiranno venerdì 21 agosto, e The Prodigy, che saliranno sul palco martedì 25 agosto, entrambi a Festareggio – abbiamo incontrato DJ Rocca e gli abbiamo chiesto di raccontarci come mai Reggio Emilia abbia messo da parte la sua tradizione rock e si sia avvicinata ai suoni sintetici.

Dj, produttore, tra i fondatori del noto locale Maffia, DJ Rocca ha collaborato con star dell’elettronica mondiale come Howie B e Dimitri From Paris.

In questo periodo sta lavorando a un triplo disco insieme al dj Daniele Baldelli ed è in partenza per una tournée in Giappone.

Esattamente vent’anni fa nasceva un club coraggioso e pioneristico come il Maffia. Come avete convinto Reggio Emilia a voltare le spalle alla musica rock?

«Era il 1995 e noi del collettivo dei soci ci eravamo stancati dei concerti nelle discoteche della zona. Ci rendevamo conto dei mutamenti in atto, la musica suonata incontrava linguaggi moderni, più vicini all’elettronica e alle esperienze dei rave e dei club che in Inghilterra, Germania e Olanda erano frequentatissimi. Abbiamo pensato: proviamo a portare a Reggio Emilia questa scena, per soddisfare il nostro interesse e per instillare un po’ di novità in mezzo a questa terra di appassionati di rock».

Avete avuto il seguito che credevate?

«Inizialmente pensavamo che il pubblico si dividesse tra chi andava al Fuori Orario per Vinicio Capossela e chi veniva al Maffia per Fatboy Slim. Invece ci siamo resi conto che erano le stesse persone, perché dal grunge in poi il rock ha avuto un momento di crisi e il pubblico si è ritrovato orfano. Ci sono stati i Nirvana, poi sono arrivati i Prodigy e i Chemical Brothers. È stata un’evoluzione naturale, e noi l’abbiamo cavalcata, con proposte interessanti».

A Festareggio sta per arrivare l’unica data italiana dei Prodigy. Cosa rappresenta il gruppo di inglese per la musica elettronica?

«Per me i Prodigy sono stati tra i capisaldi del turnaround della musica in quel periodo, insieme ai Chemical Brothers, che sono però più stilosi e da club. Beat pesanti ed estetica punk, i Prodigy sono sempre stati più tranchant ed estremi, anche nei video come “Firestarter” o “Smack My Bitch Up”. Io li vedo come una sorta di heavy metal dell’elettronica, per un pubblico che ha bisogno di emozioni forti».

DJ Rocca, Black Box e Benny Benassi. Si può parlare di una scena elettronica reggiana?

«Benny Benassi e i Black Box facevano capo a discoteche dove si ballava musica commerciale. Una volta Benny mi ha fatto sentire un pezzo che aveva composto ispirandosi ai suoni del Maffia, ai bassi e alle linee distorte. “Ma è una porcheria!” ho pensato (e anche detto). Poi mi sono dovuto ricredere».

Come mai?

«Benny aveva preso gli elementi della musica che stava nascendo, Prodigy e Chemical Brothers, e li aveva filtrati attraverso la sua sensibilità pop. Il pezzo in questione era “Satisfaction” che, a distanza di quasi quindici anni, ancora ci influenza».

Lei invece che strada ha scelto?

«Mi sono sempre ostinatamente tenuto nell’underground e nell’ambito della sperimentazione e della ricerca, anche perché bisogna avere l’approccio giusto per fare musica commerciale, o te la senti o non te la senti. Ancora oggi la scena elettronica reggiana è divisa in questo modo: quelli che, pensando di essere avanguardisti, rimangono nell’underground (e hanno sempre il portafoglio vuoto) e quelli che sono legati alla tradizione della musica commerciale. E per fortuna questi due filoni convivono e si alimentano a vicenda».

Le balere, il Marabù, il Maffia. Esiste un filo conduttore tra queste realtà?

«Le balere sono una tradizione del nostro territorio, se si esce dall’Emilia-Romagna si perde l’idea del locale da ballo come luogo d’incontro. Che è quello che è stato anche il Marabù, senza il quale io probabilmente non sarei diventato un dj».

Perché?

«Quando avevo quindici anni ero compagno di banco del figlio del custode del Marabù, la domenica lo raggiungevo in autobus e potevo entrare nel locale vuoto e ascoltare i dischi (in quegli anni il dj era Persueder) che all’epoca rimanevano nelle discoteche. Me lo ricordo come se fosse ieri. Poi c’è stato il Maffia, naturalmente, ma il desiderio è nato la domenica mattina davanti a quella consolle».

Chi ha raccolto, a suo parere, questa eredità oggi?

«Il Marabù era gestito da imprenditori e doveva far soldi con l’intrattenimento, attività che in qualche modo portano avanti le discoteche di oggi. Il Maffia era gestito da pazzi appassionati e voleva far cultura con l’intrattenimento. E l’eredità di quello che facevamo noi non l’ha raccolta nessuno, purtroppo. O chi l’ha voluto fare non l’ha fatto con la dovuta preparazione».