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«Kobe, per sempre orgoglio reggiano»

Kobe Bryant

Il vicepresidente biancorosso Enrico San Pietro allenò il Black Mamba: «Era spavaldo e sognatore, crescendo è stato d’ispirazione per tutti»

REGGIO EMILIA. «Ero un lettore di Superbasket e un giorno lessi su quella rivista un trafiletto che mi incuriosì: “Il figlio di Joe Bryant a otto anni potrebbe già giocare in Promozione”».

Era il 1986 ed Enrico San Pietro, socio e vice presidente della Pallacanestro Reggiana, era un allenatore del settore giovanile biancorosso. In quel periodo Joe “Jellybean” Bryant, ala forte di Philadelphia, vestiva la maglia di Rieti.

Enrico San Pietro, vicepresidente della Pallacanestro Reggiana


A Reggio il lungo ex Clippers sarebbe arrivato solo tre stagioni più tardi, dopo aver giocato nella Viola Reggio Calabria e quindi a Pistoia, eppure il piccolo Kobe, unico figlio maschio di Joe dopo due bambine, già scatenava curiosità nello staff tecnico della cantera biancorossa.

«Quando arrivò a Reggio - ricorda San Pietro - Kobe era alto ma molto magro: doveva ancora maturare fisicamente. Anche se aveva un anno in meno, venne messo a giocare con i ’77 che allenavo io. Joe arrivò nelle Cantine Riunite a stagione già iniziata e per favorirne l’inserimento venne organizzata a metà settimana un’amichevole al pala Bigi. Andai al palasport, Kobe stava assistendo al test assieme alla madre e gli chiesi se volesse giocare con noi. Lui disse di sì».

Semplicemente sì.

«Il primo giorno lo andai a prendere al Bigi e lo portai alla palestra Opo di via Martiri della Bettola, dove allora ci allenavamo. Era la prima volta e la mamma lo fece accompagnare da una delle sorelle più grandi. Durante il tragitto mi fece molte domande. Voleva sapere se la squadra era forte e se giocavamo già con i canestri alti. Quando gli dissi di sì, lui ne fu particolarmente felice. Aveva un marcato accento toscano, acquisito durante i due anni trascorsi a Pistoia che poi perse durante la sua permanenza a Reggio. Era spavaldo ma ancora insicuro. Aveva insomma il tipico carattere dei preadolescenti».

Kobe Bryant, numero 19 nelle giovanili del club biancorosso


Kobe, 11enne e già innamorato del basket, iniziò quel giorno dell’autunno 1989 la sua avventura alla Pallacanestro Reggiana.

«Pur essendo un ’78 si allenava e giocava sia con i ragazzi del ’77, che allenavamo Mauro Cantarella e io, sia con i ’78 che allenava Andrea Menozzi. Come lui ad allenarsi con entrambe le squadre, c’erano anche Nicola Prandi e Davide Giudici (attuale presidente della Fip reggiana, ndr). Nel gruppo dei ’77 ebbe la fortuna di trovare Chris Ward con cui aveva molto in comune. Entrambi erano di famiglia americana e quindi avevano la stessa base culturale».

Lì, in palestra, nacquero amicizie che Kobe mantenne sino alla fine.

«Si era inserito bene - prosegue San Pietro -. Era più gracile rispetto ai ragazzi di un anno in più, ma aveva tante cose da cui si capiva il suo valore. Su tutte una meccanica di tiro molto bella, sicuramente frutto degli insegnamenti del padre. Lavorammo parecchio sulla mano sinistra che tendeva a evitare di usare. Altra cosa comune a tutti i bambini della sua età era la difficoltà a passar la palla e anche su quello lavorammo tanto. Il vero salto però Kobe non lo fece certo con noi a Reggio. Fu la sua determinazione dagli anni dell’high school in poi a fare la differenza, oltre alla sua crescita fisica che è avvenuta in anni successivi a quelli reggiani, quando oramai si era trasferito negli Stati Uniti. Ricordo sempre la frase pronunciata ai tempi da una professoressa di scuola media: “ Valerio Braglia (uno dei compagni di squadra, ndr) è più forte di Kobe Bryant” e davvero non era una bestemmia. Anche Chris Ward in campo risultava più determinante di lui. A fare la differenza è stato certamente il suo talento ma soprattutto la sua crescita mentale. È stata la grandissima determinazione a far diventare Kobe un campione».

Kobe Bryant con il padre Joe durante gli anni reggiani


Negli anni reggiani, Kobe non era che ragazzino che aveva appena aperto le ali.

«Aveva una certa spavalderia ed era sempre molto sicuro di fare canestro, di poter vincere - ricorda -. Per regolamento non si poteva giocare tutta la gara ma lui chiedeva di entrare in campo e dovevo dirgli che non poteva. Quei no (sorride, ndr) non gli entravano in testa subito. Ricordo che vincemmo facilmente il campionato provinciale Propaganda ma perdemmo poi la finale regionale contro la Virtus Bologna. Lui era già un nome. Gli avversari e gli allenatori erano impressionati dal fatto che in squadra noi schierassimo due americani, lui e Chris Ward. Quella stagione giocammo un torneo internazionale a Torino e restammo lì per qualche giorno. Le pause fra una gara e l’altra le passavamo nel parco accanto al palasport e furono giorni particolarmente felici».

Quei giorni al torneo torinese, Kobe li ricordò in uno dei libri che scrisse quando ormai era diventato il Black Mamba, una leggenda.

«C’erano 64 squadra da tutta Europa, di tutte le età - racconta San Pietro - e si giocava all’aperto su otto campi diversi. Erano una festa della pallacanestro. Anche io ne serbo un ricordo molto bello, non mi stupisce che lui non l’abbia dimenticato».

Già con la maglia dei Propaganda, Kobe sognava l’NBA. Intensamente.

«Con me in realtà non parlò mai di voler arrivare nella NBA - rivela - io lo ricordo come un sognatore spavaldo, come tanti bambini lo sono a quell’età. Essere sognatore è fondamentale, riuscire è un altro discorso, lavorare per riuscire è un altro discorso. Chi ha il padre professionista vede però il sogno maggiormente realizzabile perché ce l’ha davanti in famiglia. Il sogno, quel sogno di arrivare nell’NBA, l’ha aiutato nel lavoro di crescita e miglioramento».

Kobe lasciò Reggio al termine della stagione ’90/’91 quando si concluse l’avventura in biancorosso del padre Joe. La famiglia Bryant fece ritorno negli States.

«Quando Kobe se ne andò era cresciuto, anche se ancora piuttosto esile. Per la sua età era un giocatore di grande livello tecnico, anche se nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe diventato in seguito»

Kobe frequentò poi l’high school a Lower Marion. Nonostante le offerte prestigiose, non andò al college.

Tredicesimo al primo giro del Draft 1996 venne scelto dagli Hornets che poi lo cedettero ai Lakers.

«Il suo percorso di crescita così veloce e inusuale ci ha inorgogliti tutti. Kobe è un orgoglio reggiano. Lo persi completamente nel periodo dell’high school poi, come tutti, ne seguii la carriera nell’NBA. Non l’ho mai più incontrato. Quando tornava a Reggio lo faceva per vedere gli amici. Nel 2016 organizzò un evento al campetto di via Franchetti ma per impegni di lavoro non riuscii a essere presente. Mi capita invece di incontrare spesso i suoi compagni di squadra. Il ricordo di Kobe è qualcosa che tutti conservano con orgoglio e grande piacere. Sono bei ricordi di un periodo bello già di per sé. Io sono felice di vedere quei ragazzini cresciuti che hanno trovato una strada che dà loro soddisfazione. Certo, nulla è paragonabile a quello che ha fatto Kobe. La sua è una storia straordinaria anche per la velocità in cui s’è sviluppata. La partenza della sua carriera è avvenuta in un attimo. Si fa fatica a credere quanto velocemente sia arrivato il primo titolo».

«Alla fine io ho seguito di Kobe al di là dei successi individuali e di squadra, al di là degli anelli e delle olimpiadi. Ho seguito la Mamba Mentality. Il suo approccio alla vita, non solo allo sport. La sua disponibilità a fare sacrifici e la sua voglia di chiederlo anche agli altri. Questo ha invertito il rapporto allenatore-giocatore che avevamo. Lui mi ha ispirato. Anche quando ha concluso la carriera cestistica si è messo in campo in altri ambiti con lo stesso impegno, creando una storia unica».

Una storia, quella del figlio di Joe, in cui anche Reggio ha avuto un ruolo importante.

«Non possiamo dire di aver fatto il grosso del lavoro tecnico. Tengo molto a questo punto. Kobe è stato con noi due anni e ciò che è diventato se lo è costruito per la grandissima parte in seguito grazie alla sua mentalità. Nei decenni il settore giovanile della Pallacanestro Reggiana ha fatto crescere tanti ragazzi che sono poi diventati professionisti, ma soprattutto uomini. Questo è un valore di base molto importante: c’è la voglia di dare un contributo anche alla pallacanestro italiana. Fa parte dei valori dei nostri valori societari, nonostante dal punto di vista razionale ed economico l’investimento nel settore giovanile non porti grandi benefici economici. Nel momento in cui fa un investimento su un grandissimo giocatore, facciamo l’esempio di Nicolò Melli, nel basket non si ha quel ritorno che si può avere nel calcio. Il nostro impegno è questione valoriale più che economica».

«Due anni fa ho saputo della morte di Kobe come tanti altri, guardando la tv - conclude - e ci ho messo qualche minuto a realizzare che fosse vero. Non ci volevo credere, come penso non ci volesse credere nessuno. Nei giorni successivi mi ha colpito la dimensione globale dell’impatto che la sua morte aveva avuto, ma pure la dimensione “reggiana” della tragedia. È stato giusto dare il nome, suo e della figlia Gianna, morta con lui, alla piazzetta davanti al Bigi, questo farà si che anche fra molti decenni il rapporto fra Kobe e Reggio rimarrà nella memoria».

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