Quattro partite di fila in casa Erano gli anni del Crippa-show

La Reggiana le disputò all’inizio del girone di ritorno e le vinse tutte arrivando a sfiorare la serie A, finendo quarta dietro a Lazio, Brescia e Bari

l’amarcord

luigi cocconcelli


Bizzarrie del calendario ai tempi del Covid. La Reggiana si ritrova a giocare per 3 volte consecutive, nel giro di dieci giorni, in casa. Situazioni anomale nel calcio, ma che tuttavia trovano riscontro proprio nella storia della Reggiana

CARBONELLA ADDIO

Era il campionato 1968-69, a cavallo di girone d’andata e ritorno per uno strano scherzo del calendario, disputò ben 4 partite di seguito al Mirabello. Fu la squadra granata a chiedere di giocare le prime in trasferta per consentire lavori di sistemazione del manto dello stadio, solo un paio di anni prima seminato e rizollato con addio alla vecchia e mitica carbonella.

Bene, la Reggiana quel poker di partite interne le vinse tutte, e del resto nel girone di ritorno davanti al suo pubblico conobbe solo quella parola. Penultima ed ultima in casa.

Si comincia il 2 febbraio del 1969, Reggiana contro Cesena, Crippa e Pienti firmano il successo con quello che all’epoca veniva definito il risultato classico.

Sette giorni dopo è ancora “Crippa show”, con l’ala a regalare la rete della vittoria sulla Lazio, in panchina Bob Lovati perchè l’argentino Lorenzo, allenatore di fatto, era impedito a farlo da norme burocratiche. Lorenzo si siederà in panca solo a partite dalla ventiseiesima giornata. Lazio che poi vincerà il campionato.

NELLA NEBBIA

Inizia il ritorno e la Reggiana rifila 3 reti al Foggia, marcatori Fanello, Manera e, udite udite, Giampiero Grevi che ricorderà quel momento come unica rete messa a segno in 289 presenze ufficiali in maglia granata più quelle giocate sotto falso nome perché ufficialmente prestava servizio di leva. Poker chiuso dal successo sul Bari guidato da Lauro Toneatto (che anni dopo fu chiamato da Vandelli per provare a riportare , senza successo, la Reggiana in B), con segnatura di Giovannino Fanello, uno che aveva qualcosa da farsi perdonare dai tifosi granata. Anni prima fu lui a spegnere i sogni di serie A della Reggiana quando indossava la maglia dell’Alessandria.

Fu quella una partita un poco surreale: ad un certo punto cala la nebbia, l’arbitro sospende la partita per circa un quarto d’ora, poi la riprende, ma la visibilità resta scarsa, scarsissima. Dagli spalti si può soltanto intuire quel che stia succedendo in campo.

Si verrà a sapere, al termine della partita, che i giocatori del Bari un minuto sì e l’altro anche chiedevano la sospensione definitiva, che l’arbitro spazientito dalle richieste un poco eccessive nei termini aveva espulso il portiere pugliese Spallazzi, che in porta c’era andato il centrocampista Colautti che se la sarebbe cavata benissimo. Poker di vittorie che alla fine contarono poco.

La Reggiana vide sfumare la A per un sol punto, chiuse a quota 46 preceduta da Lazio (50), Brescia(48) e Bari (47). Anche perché le ultime partite dovette disputarle senza Crippa, appiedato da un brutto intervento da parte di un difensore del Genoa alla quint’ultima, il 1 di giugno che sarà ricordato , in casa granata, per quello e per il rigore parato da Boranga, dagli appassionati di ciclismo per l’esclusione causa doping di Eddy Merckx da un giro d’ Italia che stava dominando e che poi finì appannaggio di Felice Gimondi.

I COLPI DI DEL GROSSO

Di quel campionato si ricorda anche lo scetticismo iniziale per una serie di operazioni, come al solito dettate più dal portafoglio, vedi cessione di Negrisolo alla Sampdoria e Mazzanti al Verona, che da scelte tecniche e dalla decisione di ringiovanire sensibilmente la rosa. Andando a pescare giovani emergenti nella categoria inferiore, tipo Picella dall’Aquila o Manera dalla Pro Patria.

A proposito dell’arrivo di Manera, ci fu subito chi, tra i tifosi granata, fece dell’ironia sul nome: «Om catè la manera d’ander in C». Invece, quello di Manera si rivelò un acquisto azzeccatissimo, anche se Del Grosso confidò di aver pensato, prima di lui, ad un certo Pino Wilson dell’Internapoli. Sì, quello che diventerà una delle colonne della Lazio di Chinaglia e Maestrelli.

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