Amadei ha un sogno: «La Reggiana si salva e io piango di gioia»

Parla il principale socio granata: «Noi non molliamo» 

REGGIO EMILIA. «Son qui che mi rilasso, davanti a questo bel laghetto. Al pomeriggio, quando voglio rilassarmi, stare un po’ in pace, vengo qui. Non farmi dire niente, non scrivere niente, dai... Fai il bravo...».

Dipendesse da lui, il patron Amadei non parlerebbe mai con i giornalisti. Che pure lo cercano. In questi giorni più che mai.


Con la squadra in silenzio stampa, il campionato fermo, anzi, sospeso: quattro partite alla fine, 360 e rotti minuti per provare a restare un altro anno in serie B. Un anno vero, con il pubblico allo stadio e lui dal suo palco, a baloccarsi con la trombetta che – grazie a Dazn e al silenzio del “Città del Tricolore” – lo ha reso famoso in tutta Italia.

Presidente tifoso, Romano Amadei. La definizione gli calza a pennello quando è allo stadio, con il cappellino da ciclista d’antan, gli occhi fissi sul campo. E a ben guardare è – quello del presidente-tifoso – un vestito di sartoria, di quelli che ti vengono cuciti addosso. Anche adesso che lo stadio è vuoto, il campionato è fermo e la sua Reggiana è terz’ultima in classifica, anche adesso il tifoso – o, se preferite, l’uomo che può dire di aver fatto della sua vita un inno all’ottimismo – non ha nessuna voglia di perdersi d’animo.

«Chi mi cerca???». È con questo quesito perentorio che il telefono di Romano Amadei smette di squillare a vuoto e finalmente ci mette in comunicazione.

Mi presento ma lui rimane inamovibile. «Non parlo, lo sai che non parlo...». Ma io non ci mollo: è da due giorni che provo a chiamare. E in quei due giorni mi sono persino divertito a immaginarlo, il patron, che guarda il telefono (dovrebbe avermi messo in rubrica quel giorno che lo chiamai e prima di dirmi che non parlava mi fece il terzo grado), lo riguarda mentre squilla, e squilla, lo lascia squillare. Poi a un certo punto si stanca il gestore, dicendoti che il numero non è corretto, che non è abilitato. Così me lo immagino mentre armeggia con la batteria o con la sim, staccando una delle due o entrambi.

Ma nessuno, nemmeno questo inossidabile imprenditore innamorato del calcio che parla malvolentieri con i giornalisti, può permettersi una disconnessione troppo lunga.

Così, prendo coraggio: volevo sapere se era ottimista o pessimista, presidente...

«No... ma dai... lascia stare...». Sono quasi rassegnato, è un ritornello che di solito prelude al suo bonario «Ciao, fai a modo» con cui ti mette bonariamente alla porta. E invece: «Ascolta – mi dice – te la faccio io una domanda...».

Prego...

«Secondo te, possiamo essere ottimisti?».

Lo ammetto, sono in difficoltà. La sua domanda è spiazzante, come lo squillo della trombetta che squarcia il silenzio del Città del Tricolore senza il pubblico. Bè, oggettivamente – abbozzo – diciamo che dipende tutto da sabato prossimo...

È una mia opinione, che tuttavia il patron granata mostra di condividere. «È chiaro – dice – che sabato dobbiamo vincere... E poi, però, dobbiamo anche aspettare di vedere gli altri risultati. Non è tutto nelle nostre mani, ma se con il Pordenone non vinci...».

La frase del patron resta a metà, sospesa. Sospesa come questo campionato che ti obbliga a rimuginare in attesa che la tua squadra torni in campo.

Non è questione – e nemmeno tempo – di calcoli, c’è da invertire una rotta che fin qui s’è dimostrata sbagliata. In altre parole serve un cuore nuovo.

Ed è al cuore che – anche senza volerlo – pensa questo nonno innamorato del pallone. Lo si capisce quando si lascia andare a un pensiero ricorrente in questi giorni “sospesi”: «Lo sai a cosa penso in questi giorni?», mi dice ormai che gli argini sono crollati e che ci siamo scambiati i ruoli e le domande le fa lui a me.

No, mi dica presidente...

«Penso a quando ci siamo salvati in serie C con il Brescello ai playout, abbiamo pianto... Ci siamo abbracciati. Ecco mi auguro che torneremo presto a piangere così, dalla felicità, per la salvezza della Reggiana».

Non è l’imprenditore che parla, è il tifoso, l’uomo innamorato del calcio. E lo si capisce dal fatto che un messaggio, alla fine, lo lancia: «Noi comunque non molliamo, non ci arrendiamo, perché la speranza è l’ultima a morire e perché vogliamo tornare ad abbracciarci e a piangere di gioia per questa salvezza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA