«Dal carcere al Food Football così ho cambiato completamente vita»

Il 57enne Fabrizio Maiello vive a Cadelbosco Sopra, dopo la reclusione all’OPG ora lavora allo Stradello e compie imprese su YouTube 

la storia

Nicolò Rinaldi


In questo periodo così greve a causa dell'emergenza Coronavirus, una nuova e originale proposta sportiva è quella che giunge dal “re dei palleggi”: si tratta di Fabrizio Maiello, 57enne giè da diverso tempo residente a Cadelbosco Sopra.

«A dire il vero l’iniziativa non è partita da me - tiene a chiarire Maiello, ex calciatore, nato a Milano ma di origine partenopea -. L’idea di realizzare il canale YouTube "Fabrizio Football Food" ha avuto origine da Giuseppe Pino Leanza, giornalista che più volte si è interessato alla mia vicenda sportiva e umana. I filmati che posto sul canale in questione mi vedono in realtà coinvolto in una duplice attività: tra un palleggio e l’altro, sono impegnato ai fornelli cucinando primi e secondi piatti».

Nascono così delle vere e proprie "calcioricette”.

La sua attitudine per il calcio nasce da lontano, vero?

«Quando giocavo nella Primavera del Monza promettevo bene ed ero il classico bravo ragazzo, ma purtroppo a 17 anni un rovinoso infortunio mi ha causato la rottura del ginocchio. La sentenza dei medici è stata lapidaria: non avrei più potuto tornare in campo, e così la rabbia ha preso in me l'assoluto sopravvento. Ho cercato a tutti i costi qualcosa che sostituisse l'adrenalina del terreno di gioco: purtroppo quel qualcosa era legato alle cattive compagnie, e così è iniziato un turbine di droga e rapine che mi ha portato a una lunga esperienza carceraria».

Quando è arrivata la sterzata positiva?

«Nel 1991 sono entrato all'interno dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio: lì si tocca con mano il dolore, e il pensiero del calcio era l’unica luce a cui aggrapparsi per continuare a vivere. Nel 1998, all'interno della struttura, si è presentata l’occasione di correre la gara podistica Vivicittà: io ho chiesto di poterla affrontare a modo mio, unendo i palleggi alla corsa. Ringrazio ancora Valeria Calevro, che all’epoca era la direttrice dell'Opg: lei mi ha dato la possibilità di allenarmi, facendo in modo che io potessi inseguire con efficacia i miei nuovi sogni».

Da quel momento, quali sono le imprese sportive che lei ricorda più volentieri?

«Nella gara Vivicittà ’98 ho corso un chilometro palleggiando in avanti, e nell'edizione successiva della manifestazione podistica reggiana, quella del 1999, ho palleggiato sempre per 1000 metri ma camminando all’indietro. Nel 2000 è stata la volta di un ulteriore chilometro a marcia indietro, ma stavolta con palleggi effettuati solo ed esclusivamente di testa: nel 2001 ho quindi corso 5 km tenendo la sfera costantemente sul capo, come fanno le foche: poi nel 2002 ho coperto un tracciato di 3,5 km correndo e palleggiando al tempo stesso, sempre nel contesto del Vivicittà».

Deve ringraziare anche altre persone?

«Devo molto anche ad Angelo Montisci, agente in servizio all'Opg: oltre ad aiutarmi nella preparazione, lui ha pure realizzato i video che documentano questi risultati».

Questi avvenimenti hanno coinciso con una rinascita anche sul piano umano?

«Certo che sì. Sempre in quel periodo all'Opg ho conosciuto Giovanni, un uomo con problemi mentali: solo e ammalato, lui subiva parecchi episodi di bullismo. Quando la direzione mi ha permesso di condividere la cella con lui, io ho iniziato a prendermene cura: lo imboccavo, e inoltre gli cambiavo pannoloni e lenzuola. Un’esperienza toccante, specie considerando che prima del mio intervento Giovanni voleva lasciarsi morire. L'insieme della mia storia è stato narrato da Claudio Cricca nel libro “Faceless”, che contiene una folta galleria di foto».

Oggi, lei i che cosa si occupa?

«Sono uscito definitivamente nel 2005: lavoro come giardiniere per la Coop Lo Stradello di Pratissolo, vicino Scandiano. Ora, la volontà di aiutare gli altri è una costante della mia vita. Ad esempio lo scorso Natale sono stato invitato all'Ospedale di Posillipo da Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito. Come tutti sanno, Ciro è il ragazzo ucciso nel 2014 poco prima della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli. La struttura di Posillipo ospita bambini che soffrono di malattie oncologiche, e io li ho intrattenuti travestito da Babbo Natale».

Adesso, come si articolano i suoi nuovi filmati?

«Al posto della tradizionale sfera, io palleggio con pomodori, peperoni, cipolle e altre specialità naturali: ovviamente, tutti circondati da un rigoroso strato di pellicola protettiva. Una volta rimossa la pellicola, io utilizzo questi palloni improvvisati all’interno delle mie ricette: tengo inoltre a precisare che io consumo tutto ciò che preparo senza buttare via niente, perché il cibo è un autentico valore da non sprecare mai». —