Menetti: "La Pallacanestro Reggiana è avanti a tutti in Italia"

Il tecnico della Grissin Bon si racconta a 360° durante la visita alla redazione della Gazzetta di Reggio

Max Menetti racconta la nuova Grissin Bon

REGGIO EMILIA. "Sono guardiano e custode di una creatura in incubatrice".
È da proteggere e da far crescere, la nuova Grissin Bon secondo il tecnico Max Menetti. rimasto al suo posto, dice, per una visione: «Quella del patron Landi. Se siamo ancora tutti qua e se stiamo parlando di futuro, lo dobbiamo a lui. Più di tutti, Stefano era intossicato da quanto era accaduto durante l’annata eppure, da grande imprenditore e grande appassionato di pallacanestro, aveva una visione che andava oltre a tutto: una squadra giovane e affamata con cui ripartire».

Ha prodotto così tante tossine la passata stagione?
«È stata sfibrante e frustrante per tanti aspetti. È evidente che ci fosse qualcosa di rotto. Era una serie talmente importante di problemi sia individuali sia di squadra che a un certo punto era difficile anche pensare di andare avanti. C’ è stato un momento in cui ho creduto che sarebbe potuto cambiare: per 30’ in gara 2 ad Avellino ho davvero sperato che fosse finalmente una squadra diversa. Così non è stato. Negli ultimi anni la nostra forza era stato trovare anche dalle peggiori sconfitte la molla per risalire. Invece quel ko ci ha messo dentro un’emotività che ci ha poi portato a giocare una gara 3 in quel modo».

Brucia ancora?
«Ci sono anche stagioni stregate, in cui ci si viene a trovare in situazioni complesse, in cui i problemi si sovrappongono e non ci vuole tanto ad arrivare a rischiare grosso. È successo alla Virtus e a Cremona, entrambe retrocesse al termine di stagioni stregate. Noi, da un certo punto in poi, ci siamo trovati a dover sperare di portar la barca in porto invece di pensare a navigare. E oggi dico che, viste le condizioni che c’erano, abbiamo fatto la cosa migliore che potessimo fare».

Mai pensato di mollare?
«Mai. Anche se è evidente che ci fosse uno scollamento tecnico ed emotivo, il feeling fra staff, società e proprietà si è ancora più consolidato. Fino all’ultimo, la società ha provato a spingerci a far bene. Al di là di un giusto momento di confronto, non siamo mai andati su binari diversi. Non nascondo però che sia stata la stagione più difficile del nuovo corso».

Più difficile anche di quella da cui tutto è partito? Sette anni fa si rischiò di cadere dalla Legadue ai dilettanti...
«Sono state due stagioni molto simili. Allora c’erano aspettative molto alte e ci trovammo a essere praticamente retrocessi. Stagioni simili con una grossa differenza: allora, quando cambiammo assetto a dieci giornate dalla fine, trovammo la quadra, tanto che fu la base per la vittoria del campionato successivo. Lo scorso anno questo non è accaduto. Non ci siamo riusciti».

A fine campionato ha pensato di andarsene da Reggio?
«No. Nel momento in cui Landi mi ha detto: “Voglio che tu stia ancora con noi” per me ogni discorso era già chiuso».

È stato difficile ripartire lasciandovi macerie alle spalle?
«Non era facile perché per la prima volta ci trovavamo a ricostruire completamente una squadra. E a doverlo fare con una filosofia diversa, con giocatori in ascesa o che noi pensiamo possano esserlo. Ci siamo ricostruiti in casa un nucleo di italiani. Candi, Mussini, De Vico, Vigori e Bonacini rappresentano un gruppo di giocatori importanti da cui ripartire. A loro abbiamo voluto affiancare giocatori di grande motivazione. Era una nuova sfida che ci ha messo di fronte a problematiche completamente diverse rispetto al passato».

L’estate è stata molto complicata?
«Ci sono stati due passaggi importanti. Landi che in luglio ha parlato di auto-sostenibilità del club: un concetto lungimirante su cui è bene che tutto il basket italiano rifletta. Poi l’ad Dalla Salda sceso in campo per affermare che, per scelta e per forza, si sarebbero dovute percorrere strade diverse per garantire un futuro al basket reggiano».

Sente la responsabilità di dover traghettare la Pallacanestro Reggiana verso nuove rive?
«Senza dubbio è una grande sfida quella di fare qualcosa di diverso rispetto al passato. L’ho accettata, capendo però che era ora che io portassi in società idee nuove. Le scorse settimane ho vissuto due esperienze significative. Sono stato a Bamberg da Andrea Trinchieri che mi ha dato l’opportunità di vivere una full immersion di quattro giorni in una incredibile realtà di Eurolega. Poi in Turchia, al Fenerbahce, da Obradovic dove sono arrivato grazie all’amicizia che lega Dalla Salda al general manager Gherardini. Ho capito che era il momento di allargare le mie vedute. Sono uscito da Reggio, l’ho fatto da interno, per portare idee nuove».

E crescere.
«Se tutti veniamo avvolti dal fascino di fare qualcosa di nuovo e speciale, se tutti capiamo l’importanza di mettere qualcosa in un’incubatrice da difendere e far crescere, allora sarà bellissimo e stimolante».

Qualcosa di unico.
«È la visione di cui parlavo all’inizio. Mi dicono che voglio rimanere a Reggio perché sono vicino a casa, ma non è così. Quando hai una società che ha visioni che sono avanti a tutti gli altri, allora bisogna restare».

La suggestione è grande, ma nel quotidiano i problemi da affrontare possono essere altrettanto grandi. Sono stati superati gli screzi fra lei e Della Valle?
«Non è esatto parlare di screzi fra di noi. Lasciamo invece parlare i fatti. Il primo anno Amedeo è arrivato ad aprile, gli ho dato poco spazio ma ha vissuto comunque un playoff con Siena. Il secondo anno è stato assoluto protagonista, dall’Eurocup fino alla finale scudetto. Il terzo anno ha sollevato una Supercoppa da Mvp e raggiunto un’altra finale scudetto. L’anno scorso ha avuto numeri da grande protagonista, seppur nelle difficoltà che ha avuto tutto il gruppo. Io sto ai fatti e queste sono le stagioni che ha fatto con Menetti. Io con lui non ho alcun tipo di problema. Ho la presunzione di poterlo spingere a diventare un giocatore totale, non solo legato al suo estro».

Come l’ha ritrovato dopo le note vicissitudini estive?
«È arrivato determinato. Io lo sono altrettanto nel volerlo migliorare. In tal senso l’ho sgridato più quest’anno in un mese che negli ultimi tre anni e mezzo».

Ha ritrovato anche Mussini.
«In lui ho visto la felicità di essere di nuovo qui e io sono felice di poter ricominciare con lui il percorso. Sa che avrà un lavoro duro da compiere. Ma io mi auguro di avere nell’incubatrice i prossimi due play della nazionale».

Mussini e Candi.
«Sì. Leo ha personalità, ambizione e faccia tosta. Dobbiamo collegare queste tre cose, senza che nessuna vada sopra all’altra. Non va dimenticato che su Candi, noi abbiamo voluto ricostruire il futuro della Pallacanestro Reggiana».

Avete scommesso forte anche su De Vico. Che impressione ne ha avuto?
«Ha “cazzimma” (ride, ndr). Ho visto in lui qualcosa di differente rispetto agli altri. Quando ho saputo che suo padre è casertano ho capito il perché di tanta grinta».

Fra gli italiani un ruolo di primissimo piano l’ha Cervi.
«Partirei da dove ha finito l’anno scorso, dagli ultimi 5’ con Avellino in cui fece cose straordinarie. Lo scorso anno è stato l’unico che è rimasto focalizzato sulla squadra mettendola prima dei propri interessi. La passata stagione si è trovato all’interno di un sistema per lui molto problematico anche se, nei numeri, ha fatto meglio della stagione precedente. Riccardo se non sta bene può sembrare freddo o addirittura svogliato. Il grandissimo errore che si può fare con lui, vedendolo nel momento in cui fa i conti con guai fisici, è mettere in discussione le sue doti morali e non vorrei fosse quello che è successo in nazionale. È un grande professionista ed è diventato un uomo società. L’ultimo step che deve compiere è innamorarsi di se stesso e del lavoro che fa, perché lui, con il suo fisico e combattendo spesso con i suoi mali, si trova a combattere il doppio degli altri».

Sarà Cervi il nuovo capitano?
«Non ci abbiamo ancora pensato. Nelle amichevoli fatte fin qui, siamo andati per anzianità di militanza: prima Mussini, poi, quando è tornato, Della Valle e quindi Cervi. Vedremo nei prossimi giorni. È un passaggio importante e le scelte fatte negli ultimi anni ne hanno dimostrato l’importanza».

Sotto i tabelloni avete confermato Reynolds. Dove crede possa arrivare?
«Il telaio, ma anche la tecnica, sono da Eurolega. Deve trovare la costanza e la concentrazione per seguirci».

Oltre a giovani rampanti avete inserito anche un campione come Markoishvili.
«L’abbiamo seguito nella preparazione con la nazionale georgiana e durante l’Europeo. Lui vuole rilanciarsi e ha scelto Reggio per farlo. Non è al 100%: clinicamente è guarito ma deve ritrovare il ritmo dopo un anno di stop. È un valore, non solo un giocatore firmato, piantato dentro la squadra. Anche lui è entrato nella nostra incubatrice e in tre giorni mi ha fatto già capire di tenere alla squadra».

Poi c’è la scommessa Nevels pescato dal sommerso, dalla seconda lega spagnola.
«Sette anni fa eravamo anche noi in una seconda lega, non lo dimentichiamo. Di Garrett ci aveva impressionato il fatto che, passando dalla quarta alla seconda categoria, avesse comunque tenuto lo stesso livello di gioco. In questo periodo ha fatto vedere di avere qualità. È un professionista. Non ha fronzoli e ha capito che qui si gioca il futuro della sua vita».

Ha fame, in buona sostanza.
«Una caratteristica che non dovrà mancare a nessuno. Fame e ambizione dovranno essere le nostre ragioni di vita».

E la sua, qual è?
«Non ho mai messo il mio futuro davanti a quello della Pallacanestro Reggiana e questo nessuno me lo può contestare. Abbiamo sempre fatto passi insieme. Ora per me le sfide sono due. Come prima cosa, essere il capofila nel cercare di ritrovare l’empatia con la nostra gente. Con questa squadra si dovrà avere pazienza per costruire, step dopo step, qualcosa di speciale tutti insieme. Il grande obiettivo è raggiungere quei 22-24 punti che valgono la salvezza. E non è mancanza di ambizione ma è essere iper-ambiziosi. Appena avremo quei punti lì, rilanceremo la nuova sfida. Puntiamo anche a passare il turno d’Eurocup. L’altra mia sfida è di essere il custode e il guardiano dell’incubatrice. Voglio proteggere e stimolare sempre al massimo quello che c’è dentro, con la consapevolezza che ci vorrà tanta pazienza per crescere la “creatura”».

Teme il solito disfattismo del pubblico reggiano alla prima partita persa?
«È quello che non deve succedere quest’anno. Dobbiamo tutti crescere: io, i giocatori, il club. E lo deve fare anche il pubblico capendo che non si può sempre rimanere legati a una sconfitta. Dalle sconfitte si deve sempre costruire qualcosa. Seguendo la nostra visione».
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