Il 24enne arrestato a Fabbrico per terrorismo: «Voglio diventare famoso»

Le intercettazioni e le telefonate con il sodale in cella

Reggio Emilia «Allah che Dio lo benedica, questa polizia di m... non ci lascia in pace…». E poi: «Voglio diventare una persona famosa, non voglio diventare un politico o un presidente ma voglio che il mio nome venga riconosciuto da tutte le persone anche dai nobili seduti sul palco». Erano intercettati e non lo sapevano. E per questo parlavano in grande libertà. Sono state proprio le intercettazioni e i pedinamenti le principali tecniche investigative con cui la Digos di Reggio, insieme ai colleghi di Genova e della Direzione centrale della polizia di prevenzione antiterrorismo dell’Ugicos sono riusciti a catturare a Fabbrico il 24enne pachistano Yaseen Tahir, considerato dalla Dda di Genova il capo di una cellula di terrorismo islamico legata a un attentatore di Charlie Hebdo, che nella Bassa reggiana aveva stabilito il suo quartier generale.

Quattordici le misure cautelari in carcere emesse nell’ambito dell’operazione “Gabar Group” che, con il coinvolgimento degli uffici antiterrorismo di Spagna e Francia coordinati dall’European counter terrorismo centre di Europol, ha messo a segno uno dei più grandi blitz realizzati in Italia contro il terrorismo jihadista, con arresti a Genova, Bari, Treviso, Firenze, Francia, Spagna e Reggio. Tutti accusati di terrorismo internazionale.


Una delle misure cautelari ha raggiunto il connazionale e sodale di Tahir chiamato “Peer”, ovvero il “maestro”, poi identificato in Raan Nadem, 33enne pachistano che era già in cella in Francia. Proprio alcuni colloqui fra Tahir e Naden mentre era in carcere con un altro pakistano (a sua volta “Peer”), sono stati al centro dell’indagine, facendo emergere secondo gli investigatori la volontà di formare una cellula terroristica in Italia del gruppo, attraverso il reclutamento di sodali, l’individuazione di un covo e l’acquisto di armi.

«Tu sei grande e per questo ti rispetto...», diceva il 24enne pachistano al “maestro”, chiedendogli anche «tra quanto deve uscire Zaheer», ovvero il 27enne che il 25 settembre 2020 attaccò la ex sede del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi, ferendo a colpi di machete un uomo di 36 anni e una donna di 28: dopo l’arresto, il 27enne disse che voleva punire il giornale satirico per la nuova pubblicazione delle caricature di Maometto, senza sapere che la redazione – dove nel gennaio 2015 vennero uccise 12 persone – aveva traslocato in un luogo segreto. E ancora: «Certo, ora sei il capo dell’ufficio più grande». I maestri impartivano lezioni: «Ora che sei uscito, ricordati che dobbiamo riprenderci e compiere quattro cose importanti in Francia». E poi: «Ancora una volta la gente vedrà Gabar. Gabar non è piccolo ma è enorme e tutti lo vedranno… il suo tempo è tornato e ora tocca a lui. Appena esco vedrai che mi farò sentire a Parigi… se non lo faccio non mi nominare più Gabar».

Un gruppo fluido, che si spostava per l’Italia e l’Europa, con il 24enne Tahir che poi si è stabilito a Fabbrico, dove faceva lavoretti da carpentiere. Era in Italia nel 2015 con lo status di rifugiato. Due mesi prima del suo rientro in Italia, il 24enne pachistano era stato arrestato in Francia perché in possesso di un grosso coltello. Ad aprile 2021, era stato riammesso in Italia ponendo il domicilio a Chiavari, in provincia di Genova. Di qui il fascicolo in capo alla Dda ligure. Quindi il trasferimento nella Bassa, dove da tempo era sotto osservazione dalla Digos. Soprattutto sui social. «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio», uno dei messaggi del gruppo Gabar francese, poi cancellato per dare vita a un gruppo italiano: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». Sul gruppo è stata documentata una riunione fra il 2 al 5 settembre dell’anno scorso, secondo gli investigatori avvenuta proprio a Fabbrico, con arrivi dalla Francia e da altre località italiane. Un altro incontro è avvenuto in un ristorante di Soliera nel Modenese. Sull’operazione della Dda ligure è arrivato anche il plauso del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

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