Contenuto riservato agli abbonati

Giallo di Toano, Marta accusa figlia e genero: "E' morto l'8 marzo, tra le mie braccia"


Toano «È morto in casa, tra le mie braccia, l’8 marzo». Due mesi prima della scoperta del cadavere nel pozzo. È quanto ha dichiarato ieri – in una confessione fiume durante la quale ha lanciato precise accuse contro la figlia e il genero – Marta Ghilardini, 63 anni, vedova di Giuseppe Pedrazzini, il 77enne rinvenuto nel pozzo della casa di Cerrè Marabino.

È arrivata ieri la svolta clamorosa nel delitto di Toano, per il quale Marta, Silvia Pedrazzini, 37 anni, e il marito di quest’ultima, Riccardo Guida, 42, sono accusati in concorso di sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere, nonché di truffa ai danni dello Stato (per la pensione che avrebbero continuato a riscuotere).

A mettere in moto l’indagine è stato un nipote di Giuseppe Pedrazzini, dopo che per mesi la famiglia d’origine di Giuseppe (un fratello e tre sorelle) non riusciva a ottenere informazioni né a parlare con l’uomo. Nella stessa giornata un cane dei carabinieri di Bologna ha fiutato vicino al pozzo artesiano, coperto da un pesante masso. Il giorno seguente, il 12 maggio, i vigili del fuoco hanno recuperato il cadavere, subito riconosciuto come quello di Pedrazzini. I sospetti si sono indirizzati sugli stretti congiunti perché i familiari di Giuseppe hanno riferito di essere stati respinti per mesi dalla moglie, dalla figlia e dal genero, che rispondevano infastiditi con un generico «sta bene».

I tre sono stati dichiarati in stato di fermo per le pesantissime accuse. Il 16 maggio il gip Dario De Luca li ha scarcerati, disponendo la misura dell’obbligo di firma e di dimora (a Taranto per figlia e genero, a Toano per la vedova) in relazione alla sola ipotesi di soppressione di cadavere. Il tre hanno sempre negato gli addebiti, senza però spiegare come mai non avessero denunciato la scomparsa di Giuseppe. Un fronte comune che, ora, si è incrinato. Due giorni dopo il funerale – con il vuoto intorno a Marta, tenuta a distanza da tutti i presenti – sabato scorso la vedova si è recata in caserma a Toano, da sola, per rilasciare dichiarazioni spontanee. I militari l’hanno invitata a rivolgersi all’organo competente, cioè la Procura. Da qui la convocazione, fissata dal pm per ieri mattina.

Un colloquio lunghissimo, quello che si è svolto nell’ufficio del pm titolare dell’inchiesta: Marta Ghilardini è arrivata alle 10 a bordo di una Jeep Renegade, accompagnata dai carabinieri e dall’avvocato difensore Rita Gilioli, ed è uscita soltanto alle 15.10. E stavolta pare che la vedova abbia ritrovato la memoria, rispondendo a tutte le domande e rilasciando una vera e propria confessione: in primis, Marta ha ammesso che Giuseppe era segregato in casa. La 63enne – che era stata vaga, sostenendo di non ricordare quando il marito se ne fosse andato di casa perché arrabbiato con lei – ha fornito una data per il decesso: l’8 marzo. Un decesso naturale, nessun omicidio, ha spiegato Marta. Del resto, è confermato che Giuseppe fosse afflitto da problemi di salute. Ma è a questo punto, davanti al defunto, che i familiari si sarebbero messi d’accordo per liberarsi del cadavere: sarebbe stato trasportato fino al pozzo con un telo, si presume in auto. Una storia che, se verrà confermata, aggrava la posizione della figlia e del genero, dal carattere turbolento e dalla corporatura robusta.l